Trentuno scatti nel buio
Bardi, Appennino parmense. 1999.
Sulla scala che porta alla sala del boia c'è un gruppo di persone ferme. Due sono ricercatori di parapsicologia arrivati da Bologna, Michele Dinicastro e Daniele Gullà. Con loro ci sono due sensitivi fiorentini, un biologo, alcuni tecnici. E una termocamera, uno strumento che non fotografa la luce ma il calore.
I sensitivi dicono che in quel punto, all'inizio della scala, il disagio è più forte che altrove. I tecnici scattano. Alla fine le immagini sono trentuno.
In una, secondo chi ha condotto l'indagine, compare una sagoma. Una figura che sembra inginocchiata, con addosso qualcosa che somiglia a un'armatura. Un'armatura del Quattrocento, dissero.
A Bardi quella sagoma ha subito avuto un nome. Moroello.


