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Fantasma fotografato a Bardi? Il cavaliere suicida della scala

Lei si gettò dal mastio per un errore, lui la seguì. Cinque secoli dopo, una termocamera puntata su una scala registra una sagoma. O soltanto una macchia.

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Fantasma fotografato a Bardi? Il cavaliere suicida della scala

Trentuno scatti nel buio

Bardi, Appennino parmense. 1999.

Sulla scala che porta alla sala del boia c'è un gruppo di persone ferme. Due sono ricercatori di parapsicologia arrivati da Bologna, Michele Dinicastro e Daniele Gullà. Con loro ci sono due sensitivi fiorentini, un biologo, alcuni tecnici. E una termocamera, uno strumento che non fotografa la luce ma il calore.

I sensitivi dicono che in quel punto, all'inizio della scala, il disagio è più forte che altrove. I tecnici scattano. Alla fine le immagini sono trentuno.

In una, secondo chi ha condotto l'indagine, compare una sagoma. Una figura che sembra inginocchiata, con addosso qualcosa che somiglia a un'armatura. Un'armatura del Quattrocento, dissero.

A Bardi quella sagoma ha subito avuto un nome. Moroello.

La roccia rossa

La fortezza sta su uno sperone di diaspro rosso, sopra il punto in cui il torrente Noveglia entra nel Ceno. Da lì si controllano due valli.

Il primo documento che la nomina è dell'898: l'atto con cui la acquista Everardo, vescovo di Piacenza, che ne fa un rifugio contro le incursioni degli Ungari. Nel 1257 arriva Ubertino Landi, ghibellino piacentino, e Bardi diventa la capitale dei domini di famiglia. I Landi la tengono per più di quattro secoli. Nel Quattrocento le danno la forma che ha ancora oggi. Nel 1551 l'imperatore Carlo V li fa marchesi e concede loro perfino il diritto di battere moneta.

Poi il declino. Nel 1682 la casata si estingue, il feudo passa ai Farnese e quindi ai Borbone di Parma. Nell'Ottocento la rocca diventa prigione militare. Nel 1868 viene ceduta al Comune, che la usa come sede di uffici fino agli anni Ottanta del Novecento.

Chi la visita oggi nota un dettaglio da uomini d'arme. Le scale interne sono strette, tortuose, e girano tutte verso destra: un espediente difensivo. E tra le sale, accanto ai musei, ce n'è una che porta ancora il nome della tortura.

È in questo scenario che la tradizione colloca una storia d'amore finita nel modo peggiore.

Le insegne sbagliate

La leggenda è ambientata tra il Quattrocento e il Cinquecento, e ha due protagonisti.

Lei si chiama Soleste ed è la figlia del signore del castello. È già promessa a un altro, un feudatario ricco. Lui è Moroello, il comandante delle truppe. Si vedono di nascosto, raramente, e in alcune versioni è una nutrice ad aiutarli.

Un giorno Moroello parte con i suoi uomini per difendere i confini dello Stato. Soleste lo aspetta dall'alto del mastio. Poi, in vista della fortezza, compaiono dei cavalieri.

Portano i colori del nemico.

Soleste capisce una cosa sola: che Moroello è stato sconfitto, che è morto, e che i vincitori stanno venendo a prendersi il castello. Si getta dalla torre.

Ma i cavalieri erano quelli di Bardi. Moroello aveva vinto, e tornava a casa esibendo le insegne strappate agli avversari, per scherno. Quando gli dicono che cosa ha fatto Soleste, e perché, si uccide anche lui.

Da allora, racconta la tradizione, il suo spirito non ha più lasciato le mura.

Le lettere al giornale

Nel 1995 succede qualcosa di concreto: alla redazione della Gazzetta di Parma cominciano ad arrivare lettere. Parlano di presenze nella fortezza.

Due giornalisti, Gianni Santi e Daniele Kalousi, decidono di verificare nel modo più diretto. Passano una notte dentro il castello. Al mattino dichiarano di aver fotografato una forma lattiginosa, instabile, comparsa alle spalle di uno di loro. L'attendibilità di quelle foto viene messa in dubbio quasi subito.

Ma ormai il caso è aperto. I racconti raccolti negli anni dai siti dedicati al castello parlano di custodi e visitatori che sentono voci maschili e rulli di tamburo senza origine, di un pianoforte che suona da solo nella sala delle feste, di pietre trovate al mattino disposte a semicerchio. Sono testimonianze, e come tali vanno prese: le fonti consultate non riportano alcuna verifica indipendente.

Quattro anni dopo le lettere arriva la spedizione di Bologna.

La macchia sulla scala

Dinicastro e Gullà appartenevano al Centro Studi Parapsicologici di Bologna. Il loro metodo, per come lo descrivono le fonti, mette insieme due cose che di solito non stanno nella stessa stanza: i sensitivi, che indicano dove guardare, e gli strumenti, che registrano.

La termocamera rileva le differenze di temperatura e le traduce in un'immagine. Un corpo caldo appare come una forma chiara su un fondo più freddo. Sulla scala della sala del boia, in uno dei trentuno scatti, lo strumento registrò una forma. Secondo i resoconti favorevoli all'indagine, i presenti dichiararono che in quel momento non c'erano fonti di calore attive, e che la figura comparve proprio quando i sensitivi avvertivano il malessere più acuto.

Secondo chi analizzò l'immagine, la sagoma era quella di un cavaliere in armatura, databile intorno al XV secolo. La parte inferiore sembrava fondersi con una scala più antica di quella attuale.

Le foto furono esposte nel castello. E lì, tra i visitatori della mostra, arrivarono anche due soci del CICAP dell'Emilia-Romagna, Andrea Salsi e Fausto Serventi.

Che cosa videro gli scettici

Il resoconto critico lo firma il chimico Silvano Fuso, sul sito del CICAP, il 1° marzo 2006. È puntuale, e parte dall'immagine originale.

La foto non elaborata, scrive, è una macchia informe, in cui è difficile riconoscere tratti umani. Le versioni successive sono in falsi colori. E sopra la macchia è stata disegnata un'armatura: una spiegazione costruita a posteriori, osserva Fuso, la cui correttezza storica nessuno ha verificato.

C'è poi un'osservazione più pesante. La stessa forma, a suo dire, ricompare con dimensioni diverse in più fotografie, davanti a muri, statue e porte: quanto basta per far nascere un forte sospetto di fotomontaggio. Fuso però tiene a precisare che non intende insinuare la malafede dei ricercatori. Potrebbero semplicemente essersi sbagliati.

La spiegazione che propone è la più semplice. Una termocamera registra soltanto differenze di temperatura. Una corrente d'aria tiepida, o un'altra causa ordinaria, basta a produrre una macchia. E i punti in cui scattare li avevano scelti i sensitivi.

La conclusione è una frase che gli scettici ripetono da sempre: affermazioni straordinarie richiedono prove altrettanto straordinarie. Qui, secondo lui, non ci sono.

Il caso, in effetti, non ha mai avuto una conclusione definitiva. Ed è proprio per questo che Bardi è diventata una delle mete italiane più note tra i cacciatori di fantasmi.

La stagione di Moroello

Ogni autunno la storia ritorna. L'8 ottobre 2026 il portale idealista ha inserito Bardi tra i castelli italiani da visitare per Halloween, ricordando la vicenda di Moroello e Soleste. In ottobre la fortezza è aperta il giovedì e il venerdì dalle 14 alle 17, il sabato e la domenica dalle 10 alle 17.

Chi sale fin lassù trova la roccia rossa, le scale che girano a destra, il mastio da cui Soleste si sarebbe gettata. E trova la scala del 1999.

Perché questa storia conta più di tante altre? Perché è uno dei rari casi italiani in cui una leggenda è stata messa alla prova con uno strumento, davanti a testimoni, e poi esaminata da chi non ci credeva. Entrambe le parti hanno messo per iscritto la propria versione. Il lettore può confrontarle.

Ma nel resoconto del CICAP c'è un particolare che di solito si salta.

L'uomo che non c'era

Ma c'è un modo più inquietante di leggere tutto questo.

Tra i soci del CICAP saliti a Bardi c'era un appassionato di storia locale. Fuso riferisce che di quel comandante, di quella battaglia e di quel doppio suicidio non aveva mai sentito parlare. Da qui il sospetto che avanza: che il racconto sia stato costruito in tempi recenti, come è accaduto in altri castelli, per richiamare visitatori.

È una tesi, e va presa come tale. Ma se fosse giusta, il quadro si rovescia. Nel 1999 due sensitivi, un biologo e una termocamera non avrebbero cercato l'anima di un uomo del Quattrocento. Avrebbero cercato un personaggio. E lo avrebbero trovato: con l'armatura dell'epoca giusta, nel punto esatto in cui se lo aspettavano.

La custode del castello confermò la leggenda. Suo marito, che diceva di aver visto delle luci, era già morto e non poté essere ascoltato.