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Sepolto con una pietra in bocca: calpestato per magia?

Lo chiamarono «il nemico». Lo misero sotto il pavimento della sala del potere, il volto a un centimetro dalle suole. E gli chiusero la bocca con un sasso.

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Sepolto con una pietra in bocca: calpestato per magia?

Un volto sotto il pavimento

La Almoloya, Murcia, sud-est della Spagna. Una collina isolata ai piedi della Sierra Espuña, nel territorio di Pliego. Gli archeologi dell'Università Autonoma di Barcellona stanno scavando la tomba di una giovane donna incinta, sepolta in due grandi giare all'estremità di una sala. Dall'altra parte della stanza, vicino al grande focolare, il pavimento restituisce qualcosa che nessuno stava cercando: un cranio umano.

Non è in un'urna. Non è in una cista di pietra. È appena sotto la superficie su cui si camminava, a circa un centimetro di profondità. E tra i denti stringe una grossa pietra.

Gli scavatori lo registrano con una sigla, AY5. Poi gli danno un soprannome che gli resterà addosso: «il nemico». Oggi un nuovo studio sostiene che quel nome non basta, e che in quella stanza, 3.700 anni fa, non si consumò una semplice punizione. Si consumò un rito di magia.

La collina dei principi

La Almoloya fu individuata nel 1944 da Emeterio Cuadrado e Juan de la Cierva. È un pianoro ripido di poche migliaia di metri quadrati, ma per sei secoli, dal 2200 al 1550 avanti Cristo, fu uno dei centri di El Argar, la società dell'età del bronzo che dominò il sud-est della penisola iberica. Sono gli stessi secoli della Babilonia di Hammurabi e dei palazzi minoici di Cnosso.

Nella terza e ultima fase, tra il 1750 e il 1550 avanti Cristo, l'abitato venne ricostruito da capo. Sorsero complessi di circa 300 metri quadrati, con otto o dodici stanze ciascuno, muri di pietra e malta rivestiti di intonaco. Sotto i pavimenti delle case, come usava a El Argar, si seppellivano i morti: la squadra guidata da Vicente Lull, con Cristina Rihuete, Rafael Micó e Roberto Risch, ha scavato una cinquantina di tombe.

Una di queste, la numero 38, è la più ricca mai trovata in quel mondo. Dentro una grande giara giacevano un uomo e una donna con una trentina di oggetti in metalli preziosi: bracciali, anelli, dilatatori per le orecchie d'oro e d'argento, un pugnale con i chiodi d'argento. Attorno al cranio di lei, un diadema d'argento. La tomba stava sotto il pavimento di una stanza precisa. La stessa stanza del «nemico».

La sala senza luce

Gli archeologi la chiamano H9. È un seminterrato di circa 70 metri quadrati, il vano più grande dell'intero abitato e quello con meno luce naturale. Lungo le pareti corrono banchi su tre altezze, capaci di far sedere una cinquantina di persone; il più alto è un podio di circa un metro. Pareti, banchi e pavimento furono coperti con strati successivi di intonaco, fino a sei.

Ai piedi dei banchi, incassato in una fossa, c'è un focolare di oltre quattro metri quadrati. In tutta la terza fase di La Almoloya non ne esiste un altro fatto così.

Per entrare bisognava scendere una scala e svoltare ad angolo retto: solo allora comparivano il fuoco e il podio. Dalla strada principale la sala non si vedeva. Per il gruppo di Barcellona, che ne ha scritto sulla rivista Antiquity nel 2021, è una sala delle udienze, e l'edificio che la contiene è un palazzo, tra i più antichi dell'Europa occidentale. Un luogo dove si decideva. Ma sotto i piedi di chi decideva c'era qualcuno.

L'uomo che chiamarono nemico

Le ossa raccontano un uomo di circa quarant'anni, alto più o meno un metro e sessantatré. Non era un bracciante: lo scheletro non porta i segni dei lavori pesanti. Porta invece due vecchie fratture guarite, descritte dagli scavatori. Una dietro la testa, prodotta da un oggetto contundente. L'altra al quinto metacarpo della mano sinistra: la lesione che i medici chiamano frattura del pugile.

Fu deposto sulla schiena, in una piccola fossa, con il volto girato verso il fuoco. Per farlo entrare si tagliò e si rimodellò il pavimento più antico; poi lo si chiuse sotto quello nuovo. La parte inferiore del corpo finì sotto il focolare. La faccia restò a filo del suolo, nel punto in cui le due metà della sala si incontrano. Chiunque attraversasse la stanza gli passava sopra.

Niente corredo. Nemmeno una ciotola, in una cultura che ai morti lasciava quasi sempre qualcosa. Sulle ossa non c'è la ferita che l'ha ucciso, ma questo non prova nulla: una gola tagliata o uno strangolamento, osserva l'autore del nuovo studio, non lasciano tracce sullo scheletro. Di che cosa sia morto, nessuno lo sa.

Una pietra per chiudere la bocca

L'autore si chiama Marco Mazón Gomariz, dell'Università Complutense di Madrid. Il suo lavoro è uscito nel 2026 sulla rivista 'Ilu, dedicata alle scienze delle religioni, con un titolo che dice tutto: calpestare il nemico, un possibile rito magico di annientamento a El Argar.

Il punto di partenza è la pietra. Nei testi mesopotamici contro la stregoneria, ricorda lo studioso, gli incantesimi colpiscono la bocca del demone o dello stregone: chi non può parlare perde il suo potere. E i morti privati di una sepoltura regolare diventavano etemmu, spiriti inquieti temuti proprio perché parlavano. Sigillare la bocca voleva dire zittire l'uomo due volte: da vivo e da fantasma.

Esistono confronti. A Hasanlu, in Iran, un uomo sepolto tra il 1450 e il 1250 avanti Cristo aveva un sigillo cilindrico tra le labbra. A Nea Nikomedeia, in Grecia, un uomo del Neolitico aveva in bocca una grossa pietra. Casi rari, lontani tra loro. Ma il secondo indizio, quello del pavimento, porta molto più lontano.

Calpestare il caos

In Mesopotamia i re di Akkad si facevano scolpire in piedi sui vinti: la stele di Naram-Sin, oggi al Louvre, mostra il sovrano sopra i corpi dei nemici. Nel poema babilonese della creazione, Marduk promette di calpestare il collo di Tiamat, il mostro del disordine. E nei rituali contro i malefici le statuine d'argilla delle vittime designate venivano sepolte dove passava la gente, perché tutti le calpestassero.

In Egitto la stessa idea diventò arredamento. Prigionieri legati incisi sulle soglie dei templi, come a Ieracompoli. Teste di rivali sotto la finestra da cui si affacciava Ramesse III a Medinet Habu. Nemici dipinti sulle suole dei sandali e sul poggiapiedi di Tutankhamon: ogni passo del faraone schiacciava il caos e rimetteva in ordine il mondo.

Secondo Mazón, a La Almoloya qualcuno fece la stessa cosa, ma senza immagini. Usò un corpo vero. La sala, sostiene, non era soltanto politica: la discesa, la svolta, il fuoco nascosto ricordano i templi della Mesopotamia e dell'Anatolia ittita, e il focolare sprofondato poteva legarsi alle divinità del sottosuolo. È lo studioso stesso a mettere il freno: l'ipotesi è plausibile, scrive, ma resta strettamente ipotetica. El Argar non ha lasciato una sola riga scritta, e i confronti vengono da culture lontane, a volte separate da secoli.

I conti che non tornano

Le obiezioni non mancano. Un cadavere sotto un pavimento sottile puzza: tre esperti forensi consultati dall'autore parlano di mesi di odore intenso e di una scia che può durare oltre un anno. O la sala rimase chiusa per un periodo, oppure il corpo arrivò lì già decomposto, forse disseccato altrove. Le gambe strettamente piegate e alcune ossa leggermente spostate fanno pensare alla seconda possibilità.

C'è poi il silenzio degli scavatori: dopo le prime notizie, osserva Mazón, il gruppo di Barcellona non ha pubblicato altro su questo individuo. La loro lettura resta quella della punizione, in una sala che considerano politica e basta.

E c'è l'analisi genetica, che complica tutto. Perché «il nemico» non veniva da fuori.

Uno di loro

Ma c'è un modo più inquietante di leggere tutto questo. Lo studio del DNA dei sepolti di La Almoloya, pubblicato su Scientific Reports, ha stabilito che AY5 era parente di terzo grado di altri due individui del sito: lo stesso legame che corre tra primi cugini. Apparteneva alla comunità. Forse perfino alla cerchia di chi comandava.

È la tesi di Mazón, portata fino in fondo: un uomo qualunque non avrebbe meritato il centro della sala più importante. Quello era un posto per qualcuno che contava, forse un sacerdote o un alto funzionario caduto in disgrazia. E il rito non serviva a distruggerlo. Serviva a tenerlo lì. Il caos, in quelle religioni, non si elimina: si doma, si tiene sotto. Metà del corpo sotto il fuoco che purifica, per inchiodarlo al mondo di sotto. La pietra in bocca, perché non potesse parlare nemmeno da morto. Il volto a filo del suolo, perché ogni assemblea ripetesse il gesto.

Se questa lettura è giusta, i potenti di El Argar non si limitarono a uccidere un rivale. Lo vollero presente a ogni riunione, per generazioni, nella stessa sala dove sotto un altro tratto di pavimento riposava la donna con il diadema d'argento.

Cinquanta persone sedute sui banchi, il fuoco acceso nella fossa. E sotto le loro suole, a un centimetro, la faccia di un cugino con un sasso tra i denti.