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Poveglia: 100.000 morti e un medico pazzo? La verità sull'isola

Una lapide del 1793 ordina di non scavare. Una leggenda parla di centomila appestati e di un medico impazzito. Tra le due c'è una storia che pochi conoscono.

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Poveglia: 100.000 morti e un medico pazzo? La verità sull'isola

«Non scavare»

Laguna sud di Venezia, di fronte a Malamocco, lungo il Canal Orfano. Sulla riva occidentale di un'isola disabitata c'è una lapide di marmo. Porta una data in numeri romani, MDCCXCIII, e una frase in latino che comincia con un ordine: ne fodias. Non scavare. Poi la spiegazione: qui riposano i morti di contagio.

L'isola si chiama Poveglia. Misura poco più di sette ettari, è divisa in tre parti da due canali e conta diciotto edifici in rovina. Per una parte del mondo, soprattutto per gli Stati Uniti, è «l'isola più infestata della Terra»: centomila appestati sepolti in fosse comuni, un manicomio, un medico impazzito che si getta dal campanile.

Quella lapide è vera. Tutto il resto va controllato, una riga alla volta.

L'isola dei duecento fedelissimi

La storia documentata comincia presto. Poveglia compare nelle fonti nel 421. Il nome antico è Popilia: forse dal latino populus, il pioppo, forse dalla via Popilia-Annia. Nelle mappe del Cinquecento diventa Poveggia.

Nel VI secolo, dopo l'invasione longobarda, l'isola accoglie chi fugge dalla terraferma. Nell'809-810 i suoi abitanti partecipano alla resistenza contro i Franchi e ottengono in cambio privilegi rari: niente tasse, niente servizio militare, niente remo sulle galee.

Nell'864 arriva la svolta. Il doge Pietro Tradonico viene assassinato. Il suo successore, Orso I Partecipazio, assegna terre e valli da pesca di Poveglia a duecento fedelissimi del doge ucciso. In cambio chiede un censimento annuale e un omaggio da rendere il secondo giorno di Pasqua. L'isola ha un governatore, il castaldo ducale, e un consiglio. Vive di pesca e di sale. Ha una pieve, San Vitale.

Le cronache ricordano perfino i cognomi delle famiglie: Musso, Boyso, Barbalongolo. Più tardi, sotto il doge Bartolomeo Gradenigo, a Poveglia siede un podestà con giurisdizione anche su Malamocco e Pellestrina. Non è un villaggio qualunque: è un piccolo centro di potere della laguna.

Per cinque secoli Poveglia è un paese vivo. Poi arriva la guerra.

1379: l'isola si svuota

Tra il 1378 e il 1381 Venezia e Genova si affrontano nella guerra di Chioggia. La laguna diventa un campo di battaglia, e Poveglia è sulla linea del fronte. Nel 1379 gli abitanti vengono evacuati verso Venezia. L'isola è occupata dall'ammiraglio genovese Pietro Doria, che da qui bombarda il monastero di Santo Spirito.

Per difendere l'accesso alla laguna sorge una fortificazione a pianta ottagonale: un terrapieno rivestito di mattoni, su un isolotto separato. L'ottagono esiste ancora.

Quando la guerra finisce, degli abitanti restano poche decine: prima erano diverse centinaia. I povegliotti rimangono a Venezia. Pescano, vendono pesce, fondano una confraternita intitolata a San Vitale. Il loro rappresentante ha un posto sul Bucintoro, accanto al doge, nel giorno della festa della Sensa.

Sull'isola non torna quasi nessuno. Ed è qui, molto prima dei fantasmi, che nasce la sua fama di luogo abbandonato.

L'isola che nessuno voleva

La Repubblica prova a ripopolarla. Nel 1527 offre Poveglia ai monaci camaldolesi. Rifiutano. Nel 1661 la offre ai discendenti degli antichi abitanti. Rifiutano anche loro.

Le fonti non dicono perché. Dicono soltanto che per quasi trecento anni un'isola a pochi minuti di barca da una delle città più ricche d'Europa resta senza padroni. Serve come punto di sosta e rimessaggio per le imbarcazioni dirette al porto di Malamocco.

Un terreno che nessuno vuole. È il primo fatto certo su cui la leggenda costruirà.

Della vita di prima resta qualche traccia. Nella pieve c'era un crocifisso quattrocentesco in gesso e stucco, ritenuto miracoloso: oggi è nella chiesa parrocchiale di Malamocco. C'erano due tele, una di Giulia Lama e una di Giovanni Battista Piazzetta: sono andate perdute. E c'è una voce che riguarda uno dei più grandi pittori del Rinascimento. Alcune fonti indicano Poveglia come luogo di sepoltura di Giorgione, morto di peste nel 1510. Non è certo: un'altra fonte parla del Lazzaretto Nuovo. Ma se fosse vero, il primo morto illustre dell'isola sarebbe arrivato quasi tre secoli prima della lapide.

Le due navi della peste

Nella seconda metà del Settecento Poveglia passa al Magistrato alla Sanità, l'ufficio che per Venezia sorveglia le epidemie. Le fonti indicano date diverse, tra il 1772 e il 1782. La ragione è pratica: i due lazzaretti storici della città, il Vecchio e il Nuovo, non bastano più.

Da quel momento chi arriva dal mare con un sospetto di contagio si ferma qui. Uomini, navi, merci.

Nel 1793 e nel 1798 accade ciò che la lapide ricorda. Due imbarcazioni arrivano con la peste a bordo. Gli equipaggi vengono isolati sull'isola. Secondo gli storici sono probabilmente le ultime manifestazioni della malattia a Venezia. I morti vengono sepolti sul posto, e qualcuno fa incidere nel marmo l'avvertimento: non scavare.

Nel 1806, per ordine di Napoleone, la chiesa di San Vitale viene demolita. Si salva solo il campanile del XII secolo, riutilizzato come faro. È la torre che si vede ancora oggi dalla laguna, con un orologio del 1745 senza lancette. E che diventerà il centro della storia più nera.

Ospizio o manicomio?

Poveglia resta stazione di quarantena marittima per tutto l'Ottocento e fino al secondo dopoguerra. Nel 1922 gli edifici cambiano uso. E qui i documenti e le voci prendono strade diverse.

Gli archivi parlano di una casa di riposo, un ricovero per anziani. La scrittrice inglese Sylvia Sprigge, che descrive l'isola in un libro del 1961, la conosce come una casa per vecchi indigenti. Eppure diverse fonti la definiscono ospedale psichiatrico. E tra le rovine c'è una pietra con una scritta che chiunque sbarchi può leggere: «reparto psichiatria».

Un reparto dentro un ospizio non è un manicomio. Ma basta quella pietra perché l'isola degli appestati diventi, nel racconto, anche l'isola dei pazzi.

Nel 1968 la struttura chiude. Poveglia passa al Demanio dello Stato e viene vietata al pubblico. Gli edifici cominciano a crollare. Il silenzio dura quarant'anni.

Qualcuno prova a riaprirla. Nel 1997 un'organizzazione di turismo giovanile presenta un progetto per farne un ostello. Nel 1999 il Ministero del Tesoro esclude Poveglia dalla vendita ai privati, e l'iniziativa non va in porto. L'isola resta com'è: chiusa e vuota, a pochi minuti di barca da Venezia.

La leggenda: le fosse e il campanile

È in quel silenzio che cresce la storia. Ha due parti.

La prima dice che Poveglia fu per secoli la discarica dei morti di peste: decine di migliaia di corpi, fino a più di centomila, bruciati e gettati in fosse comuni.

La seconda parla di un medico. Dirigeva il reparto psichiatrico, dice la leggenda, e usava i pazienti per esperimenti brutali. Poi impazzì, salì sul campanile di San Vitale e si gettò nel vuoto. Una versione aggiunge un'infermiera: avrebbe giurato che la caduta non lo uccise, e che a soffocarlo fu una nebbia salita dal terreno.

I racconti che circolano non fanno il nome di quel medico e non indicano un anno. E nessuna delle fonti storiche sull'isola riporta la morte di un direttore a Poveglia.

Chi ha acceso la miccia

Una leggenda senza nomi e senza date ha però un'origine che si può datare. Secondo il CICAP, il comitato italiano che verifica le affermazioni sul paranormale, la fama di Poveglia come isola infestata nasce nel 2009, quando la serie televisiva americana Ghost Adventures le dedica una puntata. È lì che compare la cifra di oltre centomila sepolti nelle fosse della peste.

Da quel momento, soprattutto negli Stati Uniti, trasmissioni e docu-fiction fanno di Poveglia uno dei luoghi più infestati del pianeta.

Le conseguenze sono reali. Nel 2016 cinque turisti del Colorado si fanno portare a Poveglia da un taxi acqueo per passarvi la notte. Nella notte cominciano a urlare di terrore. Una barca di passaggio li nota, e a recuperarli arrivano i Vigili del Fuoco.

I conti degli storici

Che cosa dicono i documenti? Lo storico e scrittore veneziano Alberto Toso Fei lo ha spiegato nel 2025 al New York Times. Poveglia fu uno dei tanti luoghi di isolamento della laguna, non il principale. E i morti di peste sepolti sull'isola, secondo lui, non furono centomila: furono più vicini a venti.

Venti. È l'ordine di grandezza di due equipaggi: quelli della lapide.

Il conto torna anche con le date, e chiunque può rifarlo. Le grandi epidemie di Venezia, quella del 1575 e quella del 1630, avvengono quando Poveglia è un'isola semiabbandonata che nessuno vuole. Diventa lazzaretto solo alla fine del Settecento, quando la peste in città è ormai un ricordo. I morti delle grandi pestilenze, dunque, vanno cercati altrove.

Resta la domanda sul reparto psichiatrico: che cosa fosse esattamente, quanti pazienti avesse, chi lo dirigesse. Su questo gli archivi, finora, hanno detto poco.

L'isola contesa

Nel 2014 lo Stato mette all'asta Poveglia: una concessione di novantanove anni. L'offerta più alta, 513.000 euro, è dell'imprenditore Luigi Brugnaro. Il Demanio la giudica non congrua e l'assegnazione non va avanti.

Contro la privatizzazione nasce un'associazione, Poveglia per tutti. Raccoglie 460.000 euro da più di 4.500 persone. Perde l'asta, ma non si ferma. Il 1° agosto 2025 ottiene in concessione per sei anni la parte nord dell'isola, per farne un parco pubblico in laguna.

Così, dopo sei secoli e mezzo, a Poveglia tornerà gente. Non cacciatori di fantasmi: cittadini.

Resta però un fatto che nessuna smentita cancella. Quest'isola è stata svuotata da una guerra, rifiutata due volte, riempita di malati, chiusa e lasciata crollare. La maledizione di Poveglia non ha bisogno di centomila morti. Ma allora perché, per seicento anni, nessuno è mai riuscito a restarci?

La spiegazione razionale

La fama di isola maledetta nasce dalla somma di fatti veri e isolati: l'abbandono dopo il 1379, il lazzaretto del Settecento, la lapide del 1793, la pietra del «reparto psichiatria». Le cifre delle fosse comuni e la storia del medico non hanno riscontri d'archivio: secondo il CICAP si diffondono dopo una trasmissione televisiva del 2009. Gli storici stimano una ventina di morti di peste.