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Tamerlano: aprirono la sua tomba e Hitler invase la Russia

Tre vecchi avvertono gli archeologi: non toccate quella tomba, o scoppierà una guerra. Loro la aprono. Pochi giorni dopo comincia l'Operazione Barbarossa.

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Tamerlano: aprirono la sua tomba e Hitler invase la Russia

Tre vecchi in una casa del tè

Samarcanda, Uzbekistan sovietico, giugno 1941. Malik Kajumov ha circa trent'anni e fa l'operatore di cinema. È stato mandato a filmare un evento che i giornali di Mosca stanno seguendo: l'apertura delle tombe di Tamerlano e dei suoi discendenti.

Durante una pausa, racconterà anni dopo, entra in una casa del tè lì vicino. A un tavolo siedono alcuni anziani. Gli fanno una richiesta precisa: dite ai vostri capi di non aprire quella tomba. Se lo faranno, scoppierà una guerra terribile.

Kajumov li porta dai responsabili della spedizione. I vecchi mostrano un libro del Seicento, scritto in caratteri arabi, e indicano una riga: chi disturberà la tomba di Tamerlano libererà lo spirito della guerra. Gli scienziati ascoltano e liquidano la cosa: una favola inventata per tenere lontani i ladri.

I lavori continuano.

L'uomo sotto la lastra di giada

Chi c'è in quella tomba? Timur, per gli europei Tamerlano: «Timur lo Zoppo». Nasce vicino a Kesh, l'odierna Shahrisabz, un'ottantina di chilometri a sud di Samarcanda: nel 1336 secondo le cronache di corte, negli anni Venti del Trecento secondo molti storici. Attorno al 1363 due frecce lo colpiscono alla gamba e alla mano destra. Perde due dita e resta storpio per tutta la vita. Fonda la dinastia timuride e non perde mai una battaglia. In oltre quarant'anni di guerre costruisce un impero che va dall'Anatolia all'India.

Il suo metodo è il terrore, e i cronisti lo documentano città per città. A Isfahan, nel 1387, dopo una rivolta ordina un massacro: un testimone conta più di ventotto torri, ciascuna costruita con circa 1.500 teste. A Delhi, nel dicembre del 1398, prima della battaglia fa uccidere circa centomila prigionieri. A Baghdad, nel 1401, ogni soldato deve riportare almeno due teste mozzate. Ad Ankara, il 20 luglio 1402, sconfigge e cattura il sultano ottomano Bayezid I, che morirà prigioniero.

Eppure lo stesso uomo risparmia gli artigiani delle città distrutte e li deporta a Samarcanda, per farne la capitale più splendida dell'Asia. Si circonda di studiosi e poeti, discute con lo storico Ibn Khaldun. È un sovrano colto che lascia dietro di sé torri di teste: per questo, dopo sei secoli, il suo nome fa ancora paura.

Secondo una stima molto citata, le sue campagne costano la vita a circa 17 milioni di persone: più o meno il cinque per cento della popolazione mondiale del Trecento.

Muore nel febbraio del 1405 a Otrar, mentre marcia verso la Cina. Aveva chiesto di essere sepolto a Shahrisabz, la sua città natale. Non viene accontentato. Il corpo, imbalsamato e chiuso in una bara d'ebano, è portato a Samarcanda e deposto in un mausoleo che lui stesso aveva fatto costruire due anni prima per il nipote ed erede Muhammad Sultan, morto nel 1403. Il lutto ufficiale si celebra il 18 marzo 1405.

Il mausoleo si chiama Gur-e-Amir, «la tomba dell'emiro». Lo ha disegnato un architetto di Isfahan, Muhammad ibn Mahmud. La cupola azzurra, a spicchi, ha un diametro di quindici metri.

La pietra che si spezzò

Sopra la sepoltura il nipote Ulugh Beg, il principe astronomo, fa collocare un blocco di giada verde scura. La pietra ha già una storia: secondo la tradizione veniva da un palazzo imperiale cinese, ed era servita da trono a un khan mongolo.

Nel 1740 il conquistatore persiano Nadir Shah decide di portarsela via. Durante la rimozione il blocco si spacca in due. I suoi consiglieri ci vedono un pessimo presagio e lo convincono a restituirlo. È il primo episodio documentato in cui toccare quella tomba viene considerato pericoloso. Due secoli prima dei sovietici.

Ed è su quella pietra che la tradizione colloca un avvertimento: «Quando risorgerò dai morti, il mondo tremerà». Nel mausoleo, accanto a Tamerlano, riposano i figli Shah Rukh e Miran Shah, i nipoti Ulugh Beg e Muhammad Sultan, e il suo maestro spirituale, Mir Said Baraka. Una dinastia intera sotto la stessa cupola. Dopo Nadir Shah, per due secoli nessuno osa più toccarla.

Perché Mosca volle aprirla

La spedizione del 1941 ha una ragione ufficiale. L'Unione Sovietica sta preparando le celebrazioni per i cinquecento anni dalla nascita del poeta Alisher Navoi, vissuto alla corte dei Timuridi. Aprire le tombe serve a verificare che i corpi siano davvero quelli dei sovrani, e a restituire loro un volto.

Per questo, accanto agli antropologi Lev Ošanin e V. Zezenkova, c'è Michail Gerasimov. Nato nel 1907, antropologo e scultore, ha messo a punto un metodo per ricostruire i lineamenti di una persona partendo dal cranio. Ha già lavorato su uomini preistorici. Ora gli viene affidato uno dei condottieri più temuti della storia.

Secondo un racconto ripreso da Atlas Obscura, il custode del mausoleo, Masud Alaev, tradusse agli scienziati l'iscrizione sulla giada. La notizia arrivò a Mosca, e da Mosca tornò un ordine: arrestare il custode per aver diffuso voci false, e aprire subito.

Il giorno in cui si alzò la pietra

Sulla data esatta le fonti non coincidono, ed è giusto dirlo. Alcune indicano il 19 giugno, altre il 20, altre ancora il 21. Tutte concordano su un punto: accade pochissimi giorni prima del 22.

La lastra viene sollevata. Sotto c'è la bara. Dentro, uno scheletro.

Qui entra in scena il secondo avvertimento, quello che ha reso celebre la storia. Dentro il sarcofago, si racconta, c'era un'altra scritta: «Chiunque aprirà la mia tomba scatenerà un invasore più terribile di me». Le fonti più prudenti la riportano con un «si dice», e una biografia di Gerasimov definisce apocrifa l'intera storia.

Il 21 giugno il quotidiano Izvestija pubblica un articolo: dallo studio dei resti, scrive, sarà possibile ricavare un ritratto abbastanza preciso del conquistatore.

L'alba del 22 giugno

Il giorno dopo, all'alba di domenica 22 giugno 1941, la Germania nazista attacca l'Unione Sovietica. È l'Operazione Barbarossa.

A Samarcanda il lavoro scientifico prosegue comunque, e dà risultati veri. Gerasimov misura le ossa: Tamerlano era alto tra i 172 e i 173 centimetri, molto per la sua epoca, e aveva il torace largo. Il femore destro era saldato alla rotula: teneva la gamba piegata e zoppicava in modo evidente. Il braccio destro era atrofizzato. Sul cranio restavano capelli e barba rossi. Il soprannome non era una leggenda: lo scheletro racconta le stesse ferite delle cronache, a quasi sei secoli di distanza. Dallo scheletro di Ulugh Beg arriva un'altra conferma: il principe astronomo era stato assassinato. Dai crani l'antropologo modella i volti. Sono ancora esposti in Uzbekistan.

Kajumov, intanto, si offre volontario come operatore al fronte. La guerra che gli era stata annunciata in una casa del tè la filmerà di persona.

La sepoltura del 1942

Per l'Armata Rossa i mesi seguenti sono una catastrofe. Kajumov, per il resto della sua vita, ripeterà la stessa convinzione in libri e interviste: senza quell'apertura, l'invasione non ci sarebbe stata.

Alla fine del 1942 accade il fatto che alimenta la seconda metà della leggenda. I resti di Tamerlano vengono riportati a Samarcanda e risepolti nel Gur-e-Amir con il rito islamico completo. Anche qui le date ballano: alcune fonti indicano il 19-20 novembre, altre il 20 dicembre. Diverse versioni attribuiscono l'ordine a Stalin in persona, che avrebbe creduto alla maledizione. È un «a quanto pare»: nessun documento lo dimostra.

Proprio in quelle settimane, a Stalingrado, la guerra cambia direzione. La controffensiva sovietica scatta il 19 novembre 1942 e chiude in una sacca un'intera armata tedesca, che si arrende all'inizio di febbraio del 1943. Le tradizioni locali non hanno dubbi: la vittoria è arrivata perché l'emiro è tornato a riposare.

I fatti e ciò che è venuto dopo

Mettiamo in fila ciò che è documentato, separandolo dal resto. Una tomba aperta tra il 19 e il 21 giugno 1941. Un'invasione il 22. Una sepoltura tra novembre e dicembre 1942. Una vittoria decisiva a cavallo tra il 1942 e il 1943. La pietra spezzata nel 1740.

E ora ciò che la leggenda ha aggiunto. La frase dentro il sarcofago, riportata soltanto come voce. L'ordine personale di Stalin. Il legame di causa ed effetto. Le persone vicine a Gerasimov, del resto, hanno sempre definito la storia della maledizione un'invenzione.

Chi l'ha diffusa? Soprattutto Kajumov, il testimone che ha raccontato l'incontro con i vecchi, e lo ha fatto molti anni dopo i fatti. Poi sono venuti i libri, i documentari e perfino il cinema russo: nel film I guardiani del giorno l'esumazione di Tamerlano è la violazione che scatena la guerra.

Gli storici ricordano un dato che taglia la testa al toro. Hitler aveva firmato la direttiva per l'attacco nel dicembre del 1940, sei mesi prima che qualcuno toccasse quella lastra. Tre milioni di soldati non si schierano in due giorni. E quando i resti tornano a Samarcanda, se la data giusta è quella di dicembre, a Stalingrado l'armata tedesca è già circondata: la svolta è cominciata prima della sepoltura, non dopo.

Un invasore più terribile

Eppure c'è un conto che continua a inquietare chi lo fa. La leggenda prometteva un invasore «più terribile» di Tamerlano. A lui si attribuiscono circa 17 milioni di morti in quarant'anni di campagne. La guerra cominciata all'alba del 22 giugno ne costò all'Unione Sovietica, in meno di quattro anni, circa 27 milioni.

Una tomba rimasta chiusa per 536 anni è stata aperta nella settimana esatta in cui cominciava il più grande massacro della storia. Ed è stata richiusa nelle settimane in cui quel massacro cambiava verso.

È una coincidenza, e ha una spiegazione. Ma tra tutti i giorni di cinque secoli, perché proprio quelli?

La spiegazione razionale

L'invasione tedesca era decisa dal dicembre 1940 e richiese mesi di preparativi: l'apertura della tomba non poté influire. Se la sepoltura avvenne il 20 dicembre 1942, a Stalingrado l'armata tedesca era già accerchiata. La seconda iscrizione è riportata solo come voce, e i collaboratori di Gerasimov negarono la storia. L'unica fonte dell'avvertimento è il racconto, molto posteriore, dell'operatore Malik Kajumov.