E' uscito Il nuovo libro Caccia all'Arca Perduta di Victor Arcana - Compralo ora su Amazon

Victor Arcana Victor Arcana

Pakal, l'astronauta di Palenque: un razzo o l'albero del mondo?

Una lastra di cinque tonnellate sigillata per 1.269 anni sotto una piramide. Sopra, un uomo piegato in avanti, tra fiamme e leve. O almeno così sembra.

2 min di lettura
Pakal, l'astronauta di Palenque: un razzo o l'albero del mondo?

La lastra con i tappi di pietra

Palenque, Chiapas, Messico. È il 1948. L'archeologo Alberto Ruz Lhuillier è in piedi nel santuario in cima al Tempio delle Iscrizioni, la piramide più grande della città. Da duecento anni viaggiatori e studiosi salgono fin lì, guardano i geroglifici e ridiscendono.

Ruz guarda il pavimento. Una delle lastre ha una doppia fila di fori, chiusi da tappi di pietra. Nessuno ci aveva fatto caso. A lui sembrano fatti apposta per infilarci delle corde e sollevarla.

La fa alzare. Sotto c'è l'inizio di una scala che scende nel cuore della piramide. È piena di macerie fino all'orlo: qualcuno, in antico, l'ha murata di proposito.

Quattro stagioni di scavo

Per liberarla servono quattro campagne di scavo, dal 1948 al 1952. La scala scende per circa venticinque metri.

In fondo c'è un'anticamera. Dentro, gli scheletri di cinque o sei persone, uomini e donne: vittime sacrificate, secondo gli archeologi, per accompagnare qualcuno nell'aldilà. E una grande pietra triangolare, sigillata con la calce, che fa da porta.

Il 15 giugno 1952 Ruz la fa spostare. Dietro c'è una cripta lunga circa nove metri, larga quattro e alta sette, con il soffitto a volta. Sulle pareti, figure in stucco. Al centro, a occuparla quasi tutta, un sarcofago di pietra.

Lo chiude una lastra scolpita di circa 3,8 metri per 2,2. Pesa attorno alle cinque tonnellate.

L'uomo con la maschera di giada

Sotto la lastra c'è uno scheletro coperto di cinabro rosso. Ha il volto nascosto da una maschera fatta di circa duecento tessere di giada, con gli occhi di conchiglia e ossidiana. Porta collane, orecchini, anelli. In bocca ha una perla di giada.

Chi è? Le iscrizioni lo dicono. Tre grandi tavole incise nel tempio, 617 glifi in tutto, tra i testi maya più lunghi che conosciamo, raccontano la vita di un re: K'inich Janaab' Pakal.

Nasce il 24 marzo del 603. Sale al trono nel luglio del 615, a dodici anni, con la madre come reggente. Muore il 29 agosto del 683, a ottant'anni, dopo sessantotto anni di regno: uno dei più lunghi della storia. La piramide la fa cominciare lui, nell'ultimo decennio di vita. La finisce suo figlio, K'inich Kan Bahlam II.

I Maya la chiamavano «la Casa delle Nove Lance Affilate». Ha otto gradoni e un tempio in cima: nove livelli in tutto. Cinque ingressi si aprono sulla facciata, tra pilastri coperti di figure in stucco. In origine era dipinta di rosso, giallo e azzurro. L'azzurro indicava il cielo e gli dèi. Il giallo, il mondo sotterraneo.

La tomba è considerata una delle più grandi scoperte archeologiche delle Americhe. Fino a quel giorno si pensava che le piramidi maya, a differenza di quelle egizie, fossero soltanto basamenti per i templi.

Che cosa c'è sulla lastra

Poi c'è lei. La lastra.

Al centro è scolpito un uomo. È semisdraiato, con le ginocchia piegate e il busto inclinato. Le mani sono sollevate davanti a sé, come se stringessero qualcosa. Sotto di lui c'è una forma massiccia da cui escono volute. Sopra, una struttura a croce che sale verso l'alto. Tutto attorno, una cornice di segni.

Ruz la descrive come una scena religiosa. Per sedici anni se ne occupano soltanto gli specialisti.

1968: la teoria

Nel 1968 lo scrittore svizzero Erich von Däniken pubblica Chariots of the Gods?, in italiano Gli extraterrestri torneranno. Diventa un bestseller mondiale. E tra le sue prove c'è la lastra di Palenque.

Von Däniken propone di guardarla con occhi nuovi. Quell'uomo, sostiene, è nella posizione degli astronauti del programma Mercury degli anni Sessanta: inclinato, raccolto, proteso in avanti. Le mani sono su dei comandi. I disegni sotto di lui sono un razzo, e le volute sono lo scarico dei motori. La lastra, conclude, potrebbe essere la prova che gli antichi Maya entrarono in contatto con visitatori venuti dallo spazio. E che ne conservarono il ricordo nella pietra.

Da quel momento Pakal ha un soprannome: l'astronauta di Palenque.

L'idea si allarga. Negli anni seguenti altri autori fanno del re di Palenque una figura profetica: lo scrittore José Argüelles lo ribattezza «Valum Votan» e ne fa il centro di una propria dottrina. La lastra finisce su copertine di libri e in documentari televisivi, quasi sempre mostrata di lato.

Gli indizi a favore

L'argomento dei sostenitori è, prima di tutto, visivo. Ed è forte: chiunque guardi la lastra ruotata di lato, senza conoscere l'arte maya, vede un uomo dentro una macchina. La posizione del corpo non somiglia a quella di un morto composto nella tomba. Non somiglia nemmeno a un re seduto sul trono.

C'è poi il contesto, su cui i teorici degli antichi astronauti insistono. I Maya erano astronomi straordinari: seguivano i cicli di Venere e calcolavano il tempo su milioni di anni. Costruirono città monumentali senza metalli e senza ruota. Da dove veniva, chiedono, tanta scienza?

Infine c'è un elemento della tomba che colpisce chiunque la visiti. Dalla cripta parte un condotto di pietra che risale lungo la scala fino al tempio in cima. Gli archeologi lo chiamano psicodotto. È un dettaglio senza paragoni: quella tomba non era fatta soltanto per chiudere qualcuno dentro, ma per restare in comunicazione con qualcosa fuori.

E lo scheletro stesso, per decenni, ha alimentato il dubbio. I denti mostravano un'usura così lieve da far pensare a un uomo di quarant'anni, non di ottanta. Lo stesso Ruz arrivò a ipotizzare che le iscrizioni parlassero di due persone diverse, o contassero il tempo in un altro modo.

Cosa risponde l'archeologia

Gli studiosi dei Maya rispondono su tutti i punti, e la loro posizione è pressoché unanime: la lettura di von Däniken si basa solo sull'impressione visiva e ignora il contesto archeologico, le convenzioni dell'arte maya, la cosmologia e i testi scritti.

Cominciano dall'orientamento. Per vedere il razzo, fanno notare, la lastra va guardata in orizzontale. Ma la scena è costruita in verticale: l'uomo sta in basso, la croce sale sopra di lui.

Quella croce è il motivo centrale, ed è ben noto. È l'albero del mondo, l'asse che per i Maya univa il cielo, la terra e il mondo sotterraneo. Compare identico nei pannelli di altri due edifici di Palenque, il Tempio della Croce e il Tempio della Croce Fogliata, dove nessuno ha mai visto un'astronave. In cima all'albero è posato un uccello celeste. Tra i rami si snoda un serpente a due teste.

La «macchina» sotto il re sono le fauci aperte del mondo dei morti. Le «fiamme» sono le radici dell'albero che scendono in quel regno. I «comandi» sono oggetti rituali.

E l'uomo non è un pilota. Porta gli attributi del dio del mais, compreso un ornamento a forma di tartaruga sul petto. La sua postura, per gli specialisti, indica la rinascita. La cornice è una fascia celeste, con i segni del sole, della luna e delle stelle e i ritratti di sei nobili. Sui fianchi del sarcofago sono scolpiti gli antenati del re.

La studiosa Linda Schele ne ha dato la lettura più celebre: Pakal sta cadendo lungo la Via Lattea, verso l'orizzonte meridionale. Muore e rinasce, come il mais.

I denti del re e il condotto

Restavano i due indizi materiali. Sullo psicodotto gli archeologi non hanno dubbi: serviva a mantenere un legame tra il re sepolto e i vivi che celebravano i riti nel tempio. È stato paragonato a un cordone ombelicale, simbolo della discendenza reale. Una comunicazione, sì. Ma con gli antenati.

Sull'età il caso è stato riaperto più volte. Gli epigrafisti hanno confermato che le iscrizioni indicano un solo uomo, morto a ottant'anni. L'usura lieve dei denti è stata spiegata con la dieta morbida di un sovrano. E un'analisi più recente delle ossa ha stabilito che lo scheletro non poteva avere meno di cinquant'anni, e che con ogni probabilità apparteneva a un uomo tra i settanta e i novanta.

C'è perfino un dettaglio che si ritorce contro il libro del 1968. Von Däniken riprodusse il disegno della lastra, ma nella didascalia la attribuì a Copán. Che è un'altra città, in Honduras.

Nel 2021 due studiosi, Derek e Michelle Turner, hanno analizzato la teoria punto per punto. La conclusione è la stessa degli archeologi: per farla funzionare bisogna staccare l'immagine da tutto ciò che la circonda.

Cosa resta aperto

La teoria dell'astronauta, per gli specialisti, è chiusa. Ma Palenque non ha finito di sorprendere.

Nel 2016 gli archeologi hanno scoperto, sotto il Tempio delle Iscrizioni, un canale d'acqua sotterraneo. Nel 2018 è riemersa una maschera di stucco che ritrae Pakal da vecchio. La cripta è stata richiusa: l'umidità portata dal respiro dei visitatori rovinava gli stucchi. L'unica persona ad aver fotografato la lastra nella sua interezza è stata la studiosa Merle Greene Robertson, che per riuscirci si fece appendere al soffitto.

Oggi la maschera di giada è esposta al Museo Nazionale di Antropologia di Città del Messico. A Palenque, nel museo del sito, c'è una copia in scala reale della tomba e del sarcofago. L'originale è ancora là sotto, al buio, dove il re l'ha voluto.

E rimane una domanda a cui nemmeno i Maya, forse, avrebbero saputo rispondere in modo semplice. Un re fa preparare la propria tomba dentro la piramide che lui stesso ha fatto cominciare. La fa sigillare con cinque tonnellate di pietra, fa murare la scala, e lascia un sottile condotto per restare in contatto con il mondo di sopra. Sulla lastra si fa ritrarre nell'istante in cui lascia la terra.

Per gli archeologi stava scendendo. Per von Däniken stava partendo. In entrambi i casi, dove credeva di andare?

In breve

Chi la sostiene: Erich von Däniken, che la propose nel 1968 nel libro Chariots of the Gods?, e dopo di lui i teorici degli antichi astronauti.

La prova più forte: l'immagine stessa. La postura dell'uomo, le mani sollevate e le forme sotto di lui ricordano un pilota dentro una capsula.

L'obiezione più forte: la scena si legge in verticale e mostra l'albero del mondo, lo stesso motivo scolpito in altri due templi di Palenque.