Gli studiosi dei Maya rispondono su tutti i punti, e la loro posizione è pressoché unanime: la lettura di von Däniken si basa solo sull'impressione visiva e ignora il contesto archeologico, le convenzioni dell'arte maya, la cosmologia e i testi scritti.
Cominciano dall'orientamento. Per vedere il razzo, fanno notare, la lastra va guardata in orizzontale. Ma la scena è costruita in verticale: l'uomo sta in basso, la croce sale sopra di lui.
Quella croce è il motivo centrale, ed è ben noto. È l'albero del mondo, l'asse che per i Maya univa il cielo, la terra e il mondo sotterraneo. Compare identico nei pannelli di altri due edifici di Palenque, il Tempio della Croce e il Tempio della Croce Fogliata, dove nessuno ha mai visto un'astronave. In cima all'albero è posato un uccello celeste. Tra i rami si snoda un serpente a due teste.
La «macchina» sotto il re sono le fauci aperte del mondo dei morti. Le «fiamme» sono le radici dell'albero che scendono in quel regno. I «comandi» sono oggetti rituali.
E l'uomo non è un pilota. Porta gli attributi del dio del mais, compreso un ornamento a forma di tartaruga sul petto. La sua postura, per gli specialisti, indica la rinascita. La cornice è una fascia celeste, con i segni del sole, della luna e delle stelle e i ritratti di sei nobili. Sui fianchi del sarcofago sono scolpiti gli antenati del re.
La studiosa Linda Schele ne ha dato la lettura più celebre: Pakal sta cadendo lungo la Via Lattea, verso l'orizzonte meridionale. Muore e rinasce, come il mais.