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Carnarvon morì al buio: la maledizione di Tutankhamon esiste?

Un blackout al Cairo, un cane che muore in Inghilterra, una scritta mai esistita. Com'è nata la più famosa maledizione della storia e cosa dice lo studio sui 25 presenti.

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Carnarvon morì al buio: la maledizione di Tutankhamon esiste?

Il Cairo, aprile 1923

Il Cairo, aprile 1923. Lord Carnarvon muore. Secondo il racconto che attraversa un secolo, in quell'istante la città resta senza luce. In Inghilterra, a migliaia di chilometri, il suo cane fedele alza la testa, ulula e stramazza al suolo.

È la scena con cui nasce la leggenda. Nessun documento la prova. Nessun testimone l'ha mai verificata. Eppure l'hanno ripetuta i giornali, poi i libri, poi i film, fino a renderla più solida della pietra.

Perché Carnarvon non era un uomo qualunque. Era il finanziatore dello scavo che aveva riportato alla luce la tomba di Tutankhamon, il faraone bambino. Nel novembre 1922 la squadra di Howard Carter aveva trovato l'ingresso. Pochi mesi dopo, il mecenate era morto.

Due fatti veri, messi uno accanto all'altro. Il resto lo fece la stampa. Ma per capire come una coincidenza sia diventata una condanna, bisogna tornare dove tutto è cominciato: sotto la sabbia.

La tomba sotto la sabbia

Tutankhamon visse circa 3.300 anni fa. Salì al trono da ragazzo e morì giovane. Fu sepolto nella Valle dei Re, in una tomba piccola, quasi nascosta, che i secoli lasciarono in pace.

Quando Carter ne varcò la soglia, trovò una sepoltura reale che a lungo si credette perduta. Gli archeologi, nei mesi seguenti, aprirono la camera funeraria, poi il grande sarcofago, poi i tre sarcofagi d'oro annidati uno nell'altro. Infine fu esaminata la mummia.

Ogni apertura finì sui giornali di mezzo mondo. L'Egitto era diventato una moda e quella tomba era la sua vetrina. Ogni oggetto estratto era una notizia. Ogni giorno di silenzio, un'occasione per inventarne una.

E c'era un dettaglio che i cronisti non potevano ignorare. Il re sepolto era un ragazzo morto presto. Le tombe dei faraoni, nell'immaginario dell'epoca, custodivano un potere. Bastava una morte, tra i visitatori, per dare un nome a quel potere.

Il mecenate, l'archeologo, lo scrittore

Tre uomini reggono la storia. Il primo è Lord Carnarvon, il finanziatore. Il secondo è Howard Carter, l'archeologo che scavò. Il terzo è Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes, che era anche un dichiarato spiritualista.

Quando Carnarvon morì, Doyle non ebbe dubbi: a colpire il lord, secondo lui, erano state cause soprannaturali. Un uomo che aveva dato al mondo il razionalissimo Holmes metteva il suo nome accanto a una maledizione.

Carter fece l'opposto. Liquidò l'intera faccenda come una invenzione che ogni persona sana di mente doveva respingere con disprezzo. Così lo riporta la rivista Archaeology.

Sulla causa della morte di Carnarvon il racconto più diffuso parla di una puntura di zanzara infettata, forse aggravata da una ferita, poi un avvelenamento del sangue e una polmonite. È la versione tradizionale, non provata da un referto che il pubblico possa consultare.

Due uomini, due verità. E in mezzo, un'altra figura: Lady Evelyn Herbert, la figlia di Carnarvon, presente all'apertura della tomba. Tenete a mente il suo nome. Tornerà.

L'iscrizione che nessuno ha mai visto

La maledizione ha bisogno di una frase. Eccola, pubblicata dai giornali dell'epoca come se fosse incisa nella tomba: «Coloro che entrano in questa sacra tomba saranno presto visitati dalle ali della morte».

Suona perfetta. Peccato che non esista. Archaeology, la rivista dell'Archaeological Institute of America, lo scrive senza giri di parole: quell'iscrizione non c'è.

Ma i dati più duri arrivano da un epidemiologo. Mark Nelson, della Monash University in Australia, pubblicò nel dicembre 2002 sul British Medical Journal uno studio sulle persone presenti nei momenti critici: l'apertura della camera funeraria, quella del sarcofago, quella dei tre sarcofagi d'oro e l'esame della mummia.

Erano 25. Età media alla morte dei presenti: 70 anni. La sua conclusione è netta: non ha trovato alcuna prova dell'esistenza della maledizione.

Ed ecco i nomi che avevamo promesso. Lady Evelyn Herbert, presente all'apertura: morta a 79 anni. Alan Gardiner, che studiò le iscrizioni della tomba: morto a 80. Douglas Derry, che eseguì l'esame della mummia: morto a 87. Howard Carter, secondo i resoconti storici, morì nel 1939, molti anni dopo.

Tombe che si vendicano

La maledizione di Tutankhamon non nasce dal nulla. Il tema della mummia che punisce i profanatori corre da tempo nella letteratura occidentale. Già nel 1869 Louisa May Alcott scrisse un racconto intitolato «Lost in a Pyramid; or, The Mummy's Curse», cioè mezzo secolo prima dello scavo di Carter.

Nel Novecento il copione si ripete in altri luoghi. Lo stesso schema ritorna con Tamerlano: la leggenda racconta che nel 1941 la sua tomba fu aperta e che pochi giorni dopo la Germania invase l'Unione Sovietica. Anche qui, una scritta ammonitrice. Anche qui, una data che fa tremare. Anche qui, nessuna prova che le due cose siano legate.

Il meccanismo è sempre lo stesso. Un luogo sacro viene violato. Qualcuno muore o accade un disastro. La mente cerca una causa e preferisce quella che ha un volto.

Con Tutankhamon la trappola era perfetta. Un nobile ricco, un re giovane, un oro mai visto, un'Europa affamata di mistero. In quelle condizioni, ogni malanno dei visitatori diventava un indizio.

Ipotesi e obiezioni

Chi crede nella maledizione ha le sue carte. La data ravvicinata, il blackout, il cane, la sfilza di nomi illustri legati allo scavo. Per Conan Doyle, l'ipotesi era che esistessero forze capaci di colpire a distanza.

Gli scettici rispondono con i numeri. Nelson ha contato i presenti e la loro età alla morte: non c'è nessuna ecatombe. Se la tomba avesse ucciso chi la apriva, Carter, Gardiner e Derry non sarebbero arrivati a vedere altri decenni.

C'è poi una spiegazione medica, avanzata in varie occasioni da diversi autori: i luoghi chiusi per millenni possono ospitare spore di muffe e batteri pericolosi per i più fragili. È un'ipotesi, non una prova, e non spiega la serie di morti perché la serie, secondo lo studio, non c'è.

Resta un fatto semplice. Carnarvon era un uomo in cattiva salute da tempo, che passava l'inverno in Egitto proprio per quel motivo. Un decesso in quelle condizioni non ha bisogno di faraoni per essere spiegato.

E il blackout? E il cane? Sono i dettagli più suggestivi e i meno verificabili. Per questo, in ogni versione della storia, sono quelli che cambiano di più.

Perché conta ancora

Più di un secolo dopo, la maledizione di Tutankhamon è il nostro modo di guardare l'Egitto. Ogni mummia che esce da un museo, ogni tomba che si apre, ogni scavo che finisce male riporta a galla quella scena: la sabbia, la torcia, il lord che muore.

Non è un caso. Quella storia racconta che il passato può rispondere. Che un morto può difendersi. Che l'archeologia, in fondo, è una forma di violazione. È un'idea che il pubblico ama, perché trasforma la scienza in avventura e gli scavatori in protagonisti di un racconto di rischio.

Ma il caso Tut dimostra anche l'opposto. Una leggenda può nascere in una redazione, nel giro di pochi mesi, partendo da una morte vera e da una frase mai incisa. Poi vive senza più bisogno di prove.

Ed è esattamente qui che la storia diventa inquietante, perché ci costringe a chiederci quante altre maledizioni, in giro per il mondo, siano state costruite allo stesso modo.

L'unica scritta

La lettura più scomoda è quella degli studiosi che hanno smontato il caso: la maledizione di Tutankhamon non è stata scagliata da un faraone. È stata scritta da chi doveva vendere i giornali.

Nessuna formula minacciosa fu mai trovata nella tomba. Nessuna parete porta le «ali della morte». I 25 presenti nei momenti chiave dello scavo morirono, in media, a 70 anni.

L'unica maledizione documentata è quella stampata in prima pagina, nel 1923.