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Vaso di Piprahwa: le ossa del Buddha in un'urna di 15 centimetri?

Nel 1898 un ingegnere scava una collina in India e trova un'urna con il nome del Buddha. Ma la scritta ha due secoli di troppo, e un falsario era lì vicino.

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Vaso di Piprahwa: le ossa del Buddha in un'urna di 15 centimetri?

La scheda

  • Cos'è: piccolo vaso-reliquiario con coperchio, con un'iscrizione in scrittura brahmi che nomina le reliquie del Buddha e il clan dei Sakya

  • Dove e quando è stato trovato: stupa di Piprahwa (Uttar Pradesh, India, presso il confine con il Nepal), gennaio 1898, da William Claxton Peppé; era in un cassone di arenaria sotto 18 piedi (circa 5,5 m) di muratura, insieme ad altri quattro reliquiari

  • Datazione: III secolo a.C. circa (età maurya)

  • Materiale e misure: steatite; altezza 15,2 cm, diametro 10,2 cm

  • Dove si trova oggi: Indian Museum, Kolkata (n. inv. 19737A&B)

  • Autenticità: ritenuta autentica dalla maggior parte degli studiosi; resta un'opinione contraria che attribuisce l'iscrizione al falsario A. A. Führer

Diciotto piedi di mattoni

Piprahwa, India del Nord, a un passo dal confine con il Nepal. Gennaio 1898.

Gli operai scavano da settimane dentro una collina che non è una collina. Sotto la terra e gli arbusti c'è una cupola di mattoni rossi cotti, larga quasi quaranta metri. Scendono attraverso la muratura: un metro, due, cinque. Solo mattoni, legati con l'argilla. A diciotto piedi di profondità, circa cinque metri e mezzo, i picconi toccano qualcosa di diverso. Una lastra di pietra.

A guidare lo scavo non è un archeologo. William Claxton Peppé è un ingegnere, nato in India nel 1852, educato ad Aberdeen, tornato nel 1873 per aiutare il padre nella tenuta di Birdpur. Dai primi anni Ottanta la amministra lui. La carestia del 1896-97 ha lasciato i suoi contadini senza lavoro, e quel tumulo ai margini della proprietà è un modo per dargliene uno. C'è anche dell'altro. Nel 1896, a meno di venti chilometri, è riemersa la colonna di Lumbini, che segna il luogo dove nacque il Buddha. Tutta la regione, di colpo, è terra da scavare.

Sotto la lastra c'è un cassone ricavato da un unico blocco di arenaria. Peppé ne calcolerà il peso: 1.537 libbre, quasi settecento chili. Il coperchio è incrinato in quattro punti. Ma non si è mosso.

Che cosa protegge, da più di duemila anni, una pietra di sette quintali?

Cinque vasi nel cassone

Il cassone viene aperto intorno al 18 gennaio 1898. Assistono quattro testimoni, tre dei quali portano il cognome Peppé.

Dentro ci sono cinque recipienti, nessuno più alto di diciotto centimetri. Peppé li elenca due giorni dopo in una lettera: due vasi di pietra, una piccola brocca del tipo che in India si chiama lota, una scatola di pietra, una coppa di cristallo. Quattro sono di steatite, la tenera pietra saponaria.

Attorno e dentro ai vasi, il tesoro. Lamine d'oro e d'argento lavorate a sbalzo. Dischi di foglia d'oro con simboli buddhisti. Perle. Perline forate. Corniola, ametista, topazio, granato, corallo, cristallo di rocca, tagliati in forme minuscole. Il conteggio più citato parla di circa 1.800 pezzi; altri inventari si fermano più in basso.

E poi, mescolati ai gioielli, frammenti d'osso e cenere.

Peppé ha seguito i consigli di Vincent Smith, funzionario britannico e storico dell'India antica, che nell'ottobre del 1897 aveva visitato il tumulo e lo aveva riconosciuto: uno stupa buddhista molto antico, forse dei tempi dell'imperatore Ashoka. Ora Smith gli scrive da Gorakhpur con una raccomandazione precisa. Cercare iscrizioni.

Il 19 gennaio Peppé ne trova una.

Una riga graffiata sul coperchio

È sul più piccolo dei due vasi rotondi. Quindici centimetri di altezza, dieci di diametro. Qualcuno vi ha graffiato una riga di caratteri alti meno di cinque millimetri.

La scrittura è brahmi, la stessa degli editti di Ashoka. La lingua è un pracrito locale. Peppé la ricopia a matita come può e spedisce il foglio a Smith. La nota porta la data "19.1.98".

Smith riconosce subito tre parole: reliquie, Buddha, Beato. Solo in un secondo momento ne individua una quarta che gli era sfuggita: sakiyanam. Dei Sakya.

I Sakya sono il clan in cui nacque Siddhartha Gautama. E i testi buddhisti raccontano che, dopo la cremazione, i resti del Buddha furono divisi in otto parti tra le famiglie regnanti che li reclamavano. Una toccò ai Sakya di Kapilavastu, la sua gente.

A febbraio arriva da Vienna la lettura di Georg Bühler, professore di filologia indiana e traduttore delle Leggi di Manu. Secondo lui il testo dice, in sostanza, che quel deposito di reliquie del Buddha è un dono dei fratelli Sukiti, insieme alle loro sorelle, ai figli e alle mogli.

La notizia attraversa gli oceani; ne scrive anche il New-York Tribune. Un amministratore di tenuta ha trovato le ossa del Buddha.

Poi qualcuno guarda meglio le date.

Due secoli di troppo

Il Buddha muore, secondo una cronologia molto seguita, intorno al 480 avanti Cristo. Il vaso, per il museo che lo conserva, è del III secolo avanti Cristo. Ashoka regnò all'incirca dal 268 al 232. Lo studioso pakistano Ahmad Hasan Dani, confrontando le lettere con quelle degli editti imperiali, ha collocato l'iscrizione proprio nel III secolo.

Tra la pira funebre e la riga graffiata sul coperchio ci sono almeno centocinquant'anni. Forse più di duecento.

Come può un'urna custodire le ceneri di un uomo morto generazioni prima che qualcuno la incidesse?

E c'è una seconda crepa, più sottile. La grammatica della frase consente più di una lettura. Nel 1905 John Fleet, epigrafista e segretario della Royal Asiatic Society, propone di capovolgerla: le reliquie non sarebbero del Buddha ma dei suoi parenti, i fratelli Sukiti con le loro famiglie. Le critiche lo spingono poi ad abbandonare l'idea, e nel 1906 la traduzione del francese Auguste Barth diventa quella di riferimento. La scheda del museo di Calcutta, ancora oggi, riporta le due letture, Bühler e Fleet, una accanto all'altra.

Ma il colpo più duro alla scoperta arriva da un uomo che, in quei giorni, è accampato a meno di trenta chilometri.

L'ombra del dottor Führer

Si chiama Alois Anton Führer. Tedesco, curatore del museo di Lucknow, archeologo del governo coloniale. Il suo nome è legato alla colonna di Lumbini, e dal dicembre del 1897 scava a Sagarwa, appena oltre il confine nepalese.

Il 19 gennaio, lo stesso giorno dell'iscrizione, scrive a Peppé da quello che chiama "Campo Kapilavastu" e gli chiede di controllare se sui reperti ci siano scritte. Il 28 gennaio Smith e Peppé vanno a trovarlo al campo.

Pochi mesi dopo la sua carriera crolla. Si scopre che ha spedito a un monaco birmano, U Ma, false reliquie del Buddha: una era un dente di cavallo. Ha descritto rovine mai viste, copiandole da un rapporto altrui. Ha inventato iscrizioni. Il 16 settembre 1898 si dimette. Sei giorni dopo è proprio Vincent Smith, con un incarico ufficiale, a sequestrare le sue carte. Nel 1912 l'indologo Heinrich Lüders riconoscerà iscrizioni brahmi contraffatte anche nel museo di Lucknow.

Un falsario di iscrizioni brahmi e di reliquie del Buddha, a meno di trenta chilometri dal vaso che dovrebbe contenerle. Il sospetto è inevitabile, e dura più di un secolo.

C'è poi una morte. L'8 aprile 1898 Georg Bühler, che di Führer era stato il maestro, annega nel lago di Costanza. I contemporanei parlano per lo più di incidente. Qualcuno, in seguito, ha ipotizzato un suicidio legato allo scandalo. Resta un'ipotesi.

Führer ha messo le mani su quel vaso?

Le lettere di famiglia

La risposta più solida arriva nel 2008, dalle carte dei Peppé. Lo storico britannico Charles Allen studia la corrispondenza di William, oggi alla Royal Asiatic Society di Londra, e ricostruisce quei giorni uno per uno nel libro The Buddha and Dr Führer.

La sequenza è stretta. Apertura del cassone intorno al 18 gennaio. Iscrizione scoperta il 19. Copia spedita a Smith lo stesso giorno. Il 24 Führer commenta la lettura per lettera, senza avere il vaso davanti. Annuncia il proprio arrivo a Piprahwa solo per la fine di febbraio: almeno cinque settimane dopo. Per Allen, non ebbe modo di toccare nulla prima che il testo fosse noto.

Nel documentario Bones of the Buddha, trasmesso nel 2013, Allen porta a Calcutta l'epigrafista tedesco Harry Falk. Secondo il resoconto di Allen, Falk giudica l'iscrizione autentica e vi trova un termine per "resti" che non compare altrove. Misura anche il cassone: le dimensioni corrisponderebbero all'unità di misura in uso sotto Ashoka, e l'arenaria rosata punteggiata di nero sarebbe la stessa della colonna di Lumbini.

Non tutti si arrendono. Lo stesso Allen riferisce che Michael Willis, studioso del British Museum, in una recensione del 2012 definì l'iscrizione, con ogni probabilità, un falso di Führer.

Ma se l'urna è autentica e ha l'età di Ashoka, il problema delle date resta intero. A meno che sotto il cassone non ci sia qualcos'altro.

Sotto il pavimento di Peppé

Primi anni Settanta. L'archeologo K. M. Srivastava, dell'Archaeological Survey of India, torna a Piprahwa e fa ciò che Peppé non aveva fatto. Scende più in basso.

Sotto il livello del cassone trova due piccole camere di mattoni cotti, ciascuna di circa ottanta centimetri di lato e profonda trentacinque. In ognuna c'è un cofanetto di steatite. Niente oro, niente gemme. Solo frammenti d'osso: dodici nel cofanetto più grande, dieci nel più piccolo. Ventidue in tutto. Accanto, piatti rotti di una ceramica che gli archeologi collocano nel V secolo avanti Cristo.

Lo stupa, dunque, è cresciuto in tre tempi. Un primo tumulo di argilla, largo diciannove metri. Poi la grande cupola di mattoni dell'età di Ashoka. Infine un basamento squadrato, d'epoca kushana.

Da qui l'ipotesi sostenuta da Allen. I Sakya seppelliscono la loro parte di resti in una tomba povera. Due secoli dopo arriva Ashoka, l'imperatore che secondo la tradizione buddhista riaprì le antiche sepolture per ridistribuire le reliquie in tutto l'impero. Fa ricostruire lo stupa, aggiunge le gemme, il cassone e un'urna nuova. Con una riga che dichiara che cosa c'è dentro.

L'iscrizione non sarebbe la firma di chi vide bruciare il Buddha. Sarebbe l'etichetta di chi, generazioni dopo, ne risistemò la tomba.

È un'ipotesi coerente. Non è una prova. E apre un'altra contesa.

La città contesa

Nel monastero accanto allo stupa gli scavi restituiscono più di quaranta sigilli di terracotta e un vaso. Portano scritte del I e II secolo dopo Cristo. Una nomina la comunità dei monaci "della grande Kapilavastu".

Kapilavastu è la città dei Sakya, quella in cui secondo la tradizione Siddhartha crebbe da principe. Per molti studiosi indiani quei sigilli dicono che era qui. Altri archeologi la collocano invece a Tilaurakot, in Nepal, seguendo i resoconti dei pellegrini cinesi Faxian e Xuanzang. La disputa non è chiusa.

Intanto le reliquie si disperdono. Nel 1899 le ossa trovate da Peppé vengono consegnate a un inviato di Chulalongkorn, re del Siam: a chiederle era stato un monaco di sangue reale, Jinavaravansa. Finiscono nel Monte d'Oro di Bangkok, e altre porzioni in Birmania e a Ceylon. Il cassone, i cinque vasi e la maggior parte dei gioielli vanno al museo di Calcutta. A Peppé resta una parte dei gioielli, tra un quinto e un sesto, registrata come "duplicati".

Sono quei duplicati, 127 anni dopo, a riaccendere tutto.

All'asta, a Hong Kong

Inizio 2025. Chris Peppé, pronipote di William, regista televisivo a Los Angeles, e altri due discendenti mettono in vendita da Sotheby's oltre trecento gemme di famiglia. L'asta è fissata a Hong Kong per il 7 maggio. La stima supera i cento milioni di dollari di Hong Kong, circa tredici milioni di dollari americani.

Il governo indiano invia una diffida legale. Sostiene che quelle pietre appartengono alle reliquie, e accusa la casa d'aste di prendere parte a uno sfruttamento coloniale che continua. Studiosi e comunità buddhiste protestano. Sotheby's rinvia.

Seguono due mesi di trattative. Poi il gruppo industriale indiano Godrej acquista la collezione, a un prezzo mai reso noto, e il 30 luglio 2025 viene annunciato il ritorno delle gemme in India. Il 3 gennaio 2026, a Nuova Delhi, si inaugura una mostra che le espone insieme al cassone di arenaria, ai reliquiari di Calcutta e alle ossa trovate negli anni Settanta. Secondo gli organizzatori, è la prima volta dal 1898 che il contenuto di quella fossa si ritrova riunito.

Tutto, tranne una cosa. La certezza.

Nessuno può dire a chi appartenessero quei frammenti d'osso. Quelli di Peppé sono custoditi in templi di tre paesi. L'iscrizione è stata letta in almeno due modi. La data dell'urna non coincide con quella della morte che dovrebbe custodire.

Restano un vaso alto quindici centimetri, una riga di lettere graffiate e una domanda vecchia di ventitré secoli: chi incise il nome del Buddha su quella pietra sapeva davvero che cosa stava chiudendo lì dentro?