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Tomba di Casimiro IV: aprirono Wawel e iniziarono i lutti

Cracovia, 1973: aprono la tomba di un re. In due anni muoiono quattro dei loro. Maledizione, coincidenza o un fungo?

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Tomba di Casimiro IV: aprirono Wawel e iniziarono i lutti

Il foro di due centimetri

Cracovia, collina del Wawel. Venerdì 13 aprile 1973. Nella cattedrale, un trapano lavora sul muro di una cripta. Non è quella del re che interessa agli studiosi, ma la camera accanto: il foro parte dal sepolcro di Michał Korybut Wiśniowiecki e deve attraversare circa novanta centimetri di pietra. Quando la punta sbuca dall'altra parte, il buco misura appena due centimetri. Lo racconta il diario di Stanisław Kozieł, archeologo capo del Wawel, citato dal giornalista Zbigniew Święch.

Dall'altra parte c'è Casimiro IV Jagellone, re di Polonia. Nessuno, secondo lo stesso Kozieł, era mai entrato in quella camera dal giorno del funerale. Sono passati quasi cinque secoli.

Il foro, però, non mostra niente. Si prova con una piccola lampada, si prova di nuovo. Gli uomini che stanno lavorando quel giorno sono archeologi, conservatori, storici dell'arte e ingegneri del Castello Reale. Nel giro di due anni, quattro nomi legati a quel cantiere finiranno nei necrologi e poi in un libro.

Per capire perché quel muro contasse tanto, bisogna prima sapere chi dormiva dietro.

Un re scolpito mentre muore

Casimiro IV fu granduca di Lituania dal 1440 e re di Polonia dal 1447. Nel 1454 sposò Elisabetta d'Asburgo. Sotto di lui la Polonia vinse la guerra dei Tredici anni contro i Cavalieri Teutonici e, secondo la stampa polacca, riportò sotto la corona la Pomerania di Danzica dopo 158 anni. Morì nel 1492, a Grodno, nell'attuale Bielorussia, e fu sepolto a Cracovia nel luglio di quell'anno.

La sua tomba è un capolavoro del tardo gotico. L'opera si deve allo scultore tedesco Veit Stoss, in polacco Wit Stwosz, che ci lavorò dal 1492 al 1496. Il marmo rosso viene da Adnet, vicino a Salisburgo. Sul sarcofago, sotto un baldacchino di archi, giace la statua del sovrano. Ed è una statua insolita: il re non ha il volto composto dei sovrani di pietra, ma è colto in agonia, con il mantello che si usava solo per le incoronazioni. La firma dello scultore è sotto i piedi della figura.

Nel 1505 morì anche la regina Elisabetta e fu sepolta accanto a lui. Per quasi cinque secoli, sotto quel marmo, nella cappella della Santa Croce della cattedrale del Wawel, rimase una camera sigillata.

Fino alla primavera del 1973. Che cosa convinse qualcuno a romperne la quiete?

Il permesso del cardinale

Tra il 1972 e il 1973 la cappella era in restauro. Per decidere come intervenire sul monumento serviva sapere in che condizioni fosse la camera sottostante. Ad autorizzare l'apertura, a scopo scientifico, fu l'arcivescovo di Cracovia, il cardinale Karol Wojtyła, il futuro papa Giovanni Paolo II. Prima di Casimiro era già stata aperta la tomba di sua moglie.

Dopo il foro del 13 aprile, il 7 maggio 1973 fu tolto un blocco di pietra dalla parete e gli studiosi poterono ispezionare la camera. Secondo il resoconto di Kozieł riportato da Święch, fu la mattina di quel giorno. Le fonti parlano di una squadra di dodici persone che si occupò dell'apertura e dei rilievi.

Dentro c'erano le bare di legno marcito e i resti dei due sovrani. Gli esami proseguirono fino all'autunno.

Ciò che c'era dentro, però, era molto più povero del marmo di Stoss.

Una corona di cuoio

Il funerale del 1492, a giudicare da ciò che emerse nel 1973, fu sobrio. Il corpo era avvolto in una stoffa pregiata. La corona era di cuoio dorato. Lo scettro era di legno e il globo di pelle, imbottito di crine. Solo la spada era autentica, ma la ruggine l'aveva ridotta in cattivo stato.

Le insegne si possono vedere oggi nel Museo del Tesoro della Cattedrale del Wawel, e i risultati degli studi furono pubblicati su riviste scientifiche. Fin qui è storia, e storia documentata.

Il 18 ottobre 1973, secondo i giornali polacchi, i resti del re e della regina furono deposti in nuove bare nella cappella restaurata. Erano presenti il primate Stefan Wyszyński e il cardinale Wojtyła. Alcune fonti in inglese indicano invece il 18 settembre: le fonti non concordano sulla data, e conviene dirlo.

Il lavoro scientifico era concluso. La parte della storia che i lettori ricordano comincia l'anno dopo, ad aprile.

Quattro nomi

Il primo a morire, secondo la stampa polacca, fu Feliks Dańczak, architetto del Wawel. Era il 12 aprile 1974, un giorno prima del primo anniversario del foro nel muro. La causa fu un ictus, un'emorragia cerebrale.

Il 28 giugno 1974 morì Stefan Walczy, indicato come il principale specialista di conservazione del Wawel. Il 6 agosto dello stesso anno toccò a Kazimierz Hurlak, il cui cognome compare anche come Hulak, responsabile del laboratorio architettonico. Il 17 maggio 1975 morì Jan Myrlak, capo del reparto costruzioni del Wawel: lo stesso ingegnere che, secondo una delle fonti, aveva ideato la lampada montata su un'asta per sbirciare nella camera.

Secondo Święch, erano uomini di mezza età e in buona salute. Questo, e solo questo, è ciò che i testi consultati dicono con precisione: quattro nomi, quattro date, una causa riferita con chiarezza, quella del primo. Per gli altri una fonte parla in generale di emorragie cerebrali o infarti.

Eppure la storia che di lì a poco girò per Cracovia parlava di molti più morti.

Dieci su dodici, o quindici?

Qui bisogna separare ciò che si sa da ciò che si racconta. Wikipedia e l'università della Pennsylvania scrivono che dieci dei dodici membri della squadra morirono prematuramente. I quotidiani polacchi Dziennik Polski e Gazeta Krakowska, invece, parlano di quindici persone che lavorarono al restauro e morirono nell'arco di dieci anni. Sono due conteggi diversi: il primo riguarda un gruppo di dodici, il secondo un gruppo più largo e un tempo più lungo.

Nessuna delle fonti che abbiamo consultato pubblica l'elenco completo. I nomi sono quattro. Non risultano pubblicati referti, né autopsie, né cartelle cliniche. Una rassegna divulgativa di Amusing Planet ricorda proprio questo: i sintomi furono descritti in modo vago, non ci furono autopsie e le prove di un legame con il fungo sono deboli.

Quattro morti in poco più di un anno, tra uomini che avevano lavorato nello stesso cantiere, colpiscono. Ma il totale dipende da chi si conta, da quando si comincia a contare e da che cosa si considera legato ai lavori. Le fonti non lo precisano.

A far crescere l'elenco, e la paura, fu soprattutto un uomo che non era un archeologo.

Il giornalista che raccolse le voci

Secondo Święch, Walczy aveva avvertito i colleghi richiamando il caso di Tutankhamon. In un'altra versione della vicenda, leggeva il libro di C. W. Ceram sulla maledizione del faraone. In ogni caso il clima, dopo le morti del 1974-1975, cambiò: Cracovia, scrive Dziennik Polski, si riempì di dicerie. C'era chi parlava di coincidenze e chi di una vendetta del re.

Il cronista era Zbigniew Święch. Intorno al 1975, circa due anni dopo il funerale, sentì parlare di fatti inspiegabili attorno alla tomba. Per dodici anni raccolse materiali. Parlò con microbiologi, archeologi e vedove dei ricercatori. Nel 1989 pubblicò «Klątwy, mikroby i uczeni», maledizioni, microbi e studiosi, che diventò un bestseller e rese popolare la storia.

La leggenda fece il giro del mondo. Secondo Wikipedia, i giornali di tutto il pianeta paragonarono i morti del Wawel a quelli attribuiti alla maledizione di Tutankhamon. Nel 1978 Wojtyła fu eletto papa e il filmato della sepoltura del 1973 divenne uno dei pochi disponibili sul nuovo pontefice, il che riportò in primo piano l'episodio.

Il titolo del libro, però, conteneva già la chiave: tra le maledizioni e gli studiosi, c'erano i microbi.

Il sospettato giallo

Il microbiologo Bolesław Smyk identificò nei campioni della tomba il fungo Aspergillus flavus, in polacco kropidlak żółty. È una muffa che produce aflatossine, sostanze tossiche e cancerogene. L'ipotesi è che le spore, rimaste per secoli in un ambiente chiuso, si siano sollevate all'apertura e siano state inalate. Secondo Dziennik Polski, i più esposti sarebbero morti per primi e gli altri più tardi.

L'idea non è assurda. Un articolo di Big Think ricorda che Aspergillus flavus è tra le principali cause di aspergillosi nell'uomo, una malattia che colpisce soprattutto i polmoni di chi ha le difese immunitarie basse. E cita uno studio del 1998 di Sylvain Gandon, che mostrò come le spore possano restare dormienti per secoli e rimanere potenti.

Ma tra l'ipotesi e la prova c'è un vuoto. Sempre secondo Big Think, Smyk avrebbe solo ipotizzato che il fungo «potesse aver contribuito» alle morti. Il primo decesso documentato fu un ictus: Dziennik Polski sostiene che il fungo possa provocarne, ma il nesso non è dimostrato. E secondo la rassegna di Amusing Planet una dose letale di tossina tenderebbe a uccidere in fretta, non dopo mesi o anni.

Basta un fungo, trovato in una cripta, a spiegare dieci o quindici morti?

Dal veleno alla cura

La storia, a questo punto, fa una svolta che nessun cronista del 1989 avrebbe immaginato. Nel giugno 2025 l'università della Pennsylvania ha annunciato uno studio pubblicato su Nature Chemical Biology. A guidarlo sono Qiuyue Nie, prima autrice, e Sherry Gao. I ricercatori hanno isolato da Aspergillus flavus una nuova famiglia di molecole, le asperigimicine.

Due delle quattro varianti purificate hanno agito con forza contro le cellule di leucemia. Una variante a cui era stato aggiunto un lipide ha mostrato un'efficacia pari a due farmaci già approvati negli Stati Uniti, la citarabina e la daunorubicina. Il passo successivo sono i test su modelli animali, con la speranza di arrivare un giorno agli studi sull'uomo. Il comunicato dell'ateneo cita come esempio proprio la tomba di Casimiro IV, e scrive che Aspergillus flavus vi fu trovato.

Il fungo del Wawel tornò a far parlare di sé anche più tardi. Nel 2007, quando sotto la piazza del Mercato di Cracovia furono notate colonie di microrganismi, un articolo del Kraków Post richiamò la «maledizione» di Casimiro. Il responsabile degli scavi, il professor Ireneusz Pluska, definì il fenomeno «del tutto naturale», mentre le autorità cittadine si lamentarono per le voci circolate prima delle verifiche.

Una muffa può uccidere. Una muffa può curare. E una leggenda, a quanto pare, può sopravvivere a entrambe.

La domanda che resta

Facciamo il punto. Sono documentati: l'apertura del 1973, i ritrovamenti, almeno quattro morti tra l'aprile 1974 e il maggio 1975, l'identificazione di Aspergillus flavus da parte di Smyk. Sono ipotesi: che il fungo abbia ucciso qualcuno. Sono racconto: la «vendetta del re», il paragone con Tutankhamon, il numero crescente delle vittime.

E restano i buchi. Non conosciamo la lista completa dei morti. Non conosciamo le loro cartelle cliniche. Non sappiamo con certezza quando fu sepolto di nuovo il re. Il libro che ha fissato la storia è un'opera giornalistica, non uno studio epidemiologico.

Forse il re non si vendicò di nessuno. Forse non c'era alcun fungo assassino, ma solo una cripta chiusa per cinque secoli e un gruppo di uomini che invecchiava insieme. Eppure resta una domanda, ed è quella che fa tornare la gente alla tomba di marmo rosso: se tutto è così spiegabile, perché la storia dei morti del Wawel continua a nascere ogni volta che qualcuno apre una porta chiusa da secoli?

LA SPIEGAZIONE RAZIONALE

Un gruppo di uomini di mezza età, che ha lavorato insieme in un cantiere, può subire più lutti nell'arco di anni anche per pura statistica. Il fungo Aspergillus flavus, trovato nella tomba, è un'ipotesi plausibile ma non dimostrata: mancano autopsie e dati clinici pubblici. La fama di Tutankhamon e la presenza di Wojtyła fecero il resto.

Fonti