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Sarcofago sigillato sotto Cerbero: corpo salvo dopo 2.000 anni?

A Giugliano, vicino Napoli, un sarcofago romano rimasto chiuso per millenni custodiva un corpo in ottimo stato. Sulle pareti, il cane a tre teste dell'Ade.

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Sarcofago sigillato sotto Cerbero: corpo salvo dopo 2.000 anni?

Il sarcofago che nessuno apriva

Giugliano, provincia di Napoli. Nella necropoli scoperta nel 2023 gli archeologi seguono un passaggio che porta a un sarcofago. Nessuno l'aveva toccato per millenni.

Quando il coperchio si apre, dentro c'è un corpo. È disteso supino. È avvolto in un sudario. E, secondo gli archeologi, è in ottimo stato di conservazione, a circa 2.000 anni dalla sepoltura.

Sulle pareti della tomba, intorno a lui, ci sono affreschi dai colori vivaci. Raffigurano il guardiano dell'oltretomba: Cerbero, il cane a tre teste che nel mito greco e romano sorveglia l'Ade.

Per questo l'hanno chiamata la «Tomba di Cerbero». Un nome da leggenda per una scoperta fatta da archeologi, chimici e paleobotanici. Ma la domanda che lascia aperta è la stessa che avrebbe fatto un antico: da chi, o da che cosa, doveva essere custodito quel morto?

Alle porte degli Inferi

Il luogo non è casuale. La tomba si trova nel territorio flegreo, vicino a Liternum, in una necropoli che conserva sepolture di epoca repubblicana e imperiale romana.

I Campi Flegrei, per gli antichi, non erano una terra come le altre. Qui il suolo fuma. Qui, secondo la tradizione, si apriva una porta verso il mondo dei morti. Il poeta Virgilio, nell'Eneide, fa scendere il suo eroe agli Inferi proprio in questa regione, accompagnato dalla Sibilla di Cuma.

Anche Liternum ha un nome che pesa. Secondo la tradizione antica, fu il rifugio di Scipione l'Africano, il generale che aveva piegato Annibale e che finì i suoi giorni lontano da Roma.

Mettere Cerbero in una tomba, in una terra dove la leggenda collocava l'ingresso dell'Ade, non è un dettaglio decorativo. È un indirizzo.

Una squadra e una famiglia senza nome

A guidare lo scavo è l'archeologa Simona Formola, con una squadra che comprende archeologi, tecnici, antropologi, chimici e paleobotanici. Le dichiarazioni ufficiali sono del soprintendente Mariano Nuzzo, della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Napoli.

Nuzzo ha dichiarato che il lavoro sulla tomba continua a fornire informazioni preziose sul territorio flegreo vicino a Liternum.

Il mausoleo, spiegano gli studiosi, fu costruito per una famiglia. Il defunto del sarcofago potrebbe essere il fondatore di quella famiglia: lo suggeriscono la ricchezza dei reperti e la cura riservata al corpo. È un'ipotesi, non una certezza. Il suo nome, per ora, non è noto.

La notizia arrivò al grande pubblico nel luglio 2024, attraverso il sito scientifico IFLScience, che ne parlò con un articolo di Russell Moul.

Le prove: unguenti, strigili, polline

Accanto al corpo, gli archeologi hanno trovato degli unguentari, i piccoli vasi che contenevano profumi e unguenti, e degli strigili, gli strumenti con cui gli antichi si pulivano la pelle da sporco, sudore e oli.

Sono oggetti che appartengono alla vita quotidiana. Qui accompagnano un morto nell'aldilà. Dicono che quell'uomo fu preparato, pulito, unto.

Poi c'è il dato che fa riflettere. L'analisi pollinica dei flaconi suggerisce che il corpo sia stato trattato con creme a base di Chenopodium, una pianta nota come farinaccio, e di assenzio. Secondo gli studiosi, queste sostanze potrebbero aver contribuito alla conservazione.

Il sudario, intanto, sembra essersi mineralizzato, probabilmente per le condizioni climatiche della camera funeraria. Ne studiano la struttura, il tipo di filato e la qualità, per ricavare informazioni sul rango sociale della persona sepolta.

E poi il DNA. I risultati delle analisi genetiche, nelle fonti consultate, sono ancora attesi.

Cadaveri chiusi, tombe sigillate

Per capire quanto sia raro un corpo così, serve ricordare come seppellivano i Romani. In età repubblicana la cremazione era molto diffusa. L'inumazione, cioè la sepoltura del corpo intero, si impose più tardi.

Un corpo intero, in un sarcofago, in un ambiente chiuso che ne favorisce la conservazione, è quindi un'occasione. Permette di studiare ossa, tessuti, resti vegetali. Permette di porre domande che le urne con le ceneri non possono rispondere.

Il passaggio sigillato, poi, ha un valore speciale. In archeologia, una porta che non è stata violata vale quanto un archivio. Il contenuto non è stato spostato, rubato, mescolato.

Ma ogni tomba sigillata, nell'immaginario collettivo, porta con sé la stessa ombra: che qualcuno abbia voluto proteggerla.

Ipotesi e obiezioni

La spiegazione razionale c'è, ed è quella proposta dagli studiosi. Il corpo potrebbe essersi conservato grazie al clima della camera funeraria, al sudario mineralizzato e agli unguenti a base di erbe. Chimica, non magia.

Resta aperta la lettura degli affreschi. C'è chi vede in Cerbero un puro ornamento, un simbolo dell'aldilà come tanti altri. C'è chi lo interpreta come una difesa magica della tomba, una sorta di serratura dipinta. Le fonti, finora, non dicono quale delle due sia la risposta giusta.

Anche l'identità del defunto è un punto debole. Fondatore della famiglia? Capo di un casato ricco? Le prove oggi disponibili non consentono di andare oltre l'ipotesi.

Resta da chiarire anche quanto quel corpo sia davvero integro. Gli archeologi parlano di ottimo stato di conservazione, non di una mummia. La differenza conta: il sudario ha tenuto, ma il tempo ha lavorato comunque, e solo le analisi di laboratorio diranno quanto e dove.

E infine le erbe. L'assenzio e il farinaccio possono aver avuto un ruolo pratico. Ma non sappiamo se chi li usò pensasse alla conservazione del corpo, a un rito, o a entrambe le cose.

Perché conta

Perché è un sarcofago romano rimasto sigillato, scoperto a pochi chilometri da Napoli. E perché è un caso raro in cui si può studiare, insieme, il morto, i suoi oggetti e le sue erbe.

Perché il DNA potrebbe finalmente dare un volto, e forse un'origine, a un uomo che da duemila anni non ha un nome.

E perché la tomba mette in fila tre elementi che ci attirano come pochi altri: un luogo che l'antichità considerava un portale, un guardiano dipinto sulle pareti e un corpo che ha sfidato il tempo.

Ogni risultato che arriverà dai laboratori, dal tessuto del sudario al DNA, aggiungerà un tassello a una storia che per ora ha più domande che risposte.

Gli archeologi lavorano con la chimica e i dati. Il resto, per ora, resta a chi legge.

Il cane davanti alla porta

La lettura più scomoda è quella di chi interpreta gli affreschi come una difesa, non come un ornamento. Nel mito, Cerbero non sbarra la strada ai vivi che vogliono entrare. Sbarra la strada ai morti che vogliono uscire.

Se quella famiglia lo fece dipingere accanto a un sarcofago sigillato, allora la domanda cambia. Non: chi avrebbe osato entrare? Ma: che cosa doveva restare dentro?

Il corpo, dopo duemila anni, era in ottimo stato.