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Bruciato vivo, maledisse Papa e Re: morti entro l'anno?

Arrestati all'alba di un venerdì 13, torturati, bruciati vivi. Poi, in pochi mesi, morirono il Papa e il re. E una pergamena segreta aspettò 687 anni.

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Bruciato vivo, maledisse Papa e Re: morti entro l'anno?

All'alba di un venerdì

Parigi, venerdì 13 ottobre 1307, all'alba. In tutta la Francia, nello stesso giorno, gli uomini del re arrestano i Templari. Tra loro c'è il Gran Maestro in persona, Jacques de Molay, catturato con i confratelli della casa dell'Ordine a Parigi in un'irruzione all'alba.

Domani, 13 ottobre, saranno passati 719 anni da quella retata. È il giorno in cui cominciò la caduta dell'ordine cavalleresco più potente della cristianità. E, secondo una leggenda che attraversa i secoli, è anche l'inizio di una maledizione che avrebbe colpito un papa, un re e un'intera dinastia.

La leggenda è nota: dal rogo, il Gran Maestro avrebbe chiamato il papa e il re davanti al tribunale di Dio entro l'anno. Quello che pochi sanno è quanto i fatti veri le somiglino.

Un mese di silenzio

La trappola era stata preparata con cura. Il 14 settembre 1307 Filippo IV di Francia, detto il Bello, aveva spedito ordini segreti ai suoi balivi e siniscalchi: preparare gli arresti ed eseguirli un mese dopo, tutti insieme. Per un mese il segreto resse.

I Templari erano nati dopo la Prima Crociata per proteggere i pellegrini diretti a Gerusalemme. In due secoli erano diventati qualcosa di più di un ordine religioso: castelli, terre, chiese e una rete finanziaria che attraversava l'Europa. Le Crociate in Terra Santa erano finite nel 1291 con la caduta di Acri. I cavalieri non avevano più una guerra da combattere, ma avevano ancora un tesoro. E un re pieno di debiti li guardava.

L'accusa ufficiale fu l'eresia. Le voci raccolte dagli inquisitori erano pesantissime: rinnegare Cristo durante l'ingresso nell'Ordine, sputare sulla croce, baci osceni tra confratelli. Nell'agosto 1308 si aggiunse l'adorazione di un idolo. Alla fine gli articoli d'accusa contro i Templari arrivarono a 127.

Ventidue metri di confessioni

Dal 19 ottobre al 24 novembre 1307 gli inquisitori interrogarono a Parigi 138 Templari. Il più giovane aveva 16 anni, il più anziano 80. Quasi tutti ammisero almeno una delle colpe di cui erano accusati.

Quelle confessioni esistono ancora. Sono scritte su un rotolo lungo 22 metri, formato da 44 fogli di pergamena cuciti uno dopo l'altro, conservato agli Archivi nazionali di Francia ed esposto al pubblico a Parigi tra il 2023 e il 2024. Ventidue metri di ammissioni, quasi tutte in latino. Molte, secondo gli storici, ottenute con la tortura o con la minaccia della tortura: a Poitiers, nel 1308, alcuni Templari dichiararono di essere stati torturati o minacciati.

Jacques de Molay confessò anche lui, nell'ottobre 1307, davanti all'Università di Parigi: ammise di aver rinnegato Cristo e calpestato la croce. A dicembre ritrattò davanti ai cardinali. Poi tornò a confessare. Poi ritrattò ancora, nel novembre 1309, davanti alla commissione papale. Un uomo che aveva passato più di quarant'anni nell'Ordine, entrato nel 1265, e che ora oscillava tra la paura e l'onore mentre il suo mondo crollava.

La pergamena dimenticata

E qui entra in scena il documento che cambia la storia. Tra il 17 e il 20 agosto 1308, nel castello di Chinon, tre cardinali inviati da papa Clemente V interrogarono i capi dell'Ordine, Molay compreso, che fu ascoltato per ultimo. Secondo la lettura della paleografa italiana Barbara Frale, la pergamena che registra quegli interrogatori contiene l'assoluzione papale del Gran Maestro e degli altri capi dall'accusa di eresia.

Quella pergamena rimase sepolta negli archivi vaticani per secoli. Frale ne trovò una copia nel settembre 2001. Nel 2007 il Vaticano la pubblicò in un'edizione di soli 799 esemplari, il volume Processus contra Templarios.

Ma nel 1308 nessuno, fuori da quella stanza, lo sapeva. E il processo andò avanti come se Chinon non fosse mai esistita. Il 12 maggio 1310, fuori Parigi, 54 Templari furono bruciati sul rogo. Il 22 marzo 1312, al Concilio di Vienne, la bolla Vox in excelso soppresse l'Ordine. A maggio, la bolla Ad providam ne trasferì i beni agli Ospitalieri.

Le parole dal rogo

Rimaneva il Gran Maestro. Nel marzo 1314 Jacques de Molay e Geoffroi de Charney, precettore di Normandia, furono portati in pubblico per ascoltare la condanna al carcere a vita, la stessa inflitta ad altri due capi dell'Ordine. Invece di tacere, ritrattarono tutto in pubblico. Per la legge erano eretici recidivi. Furono bruciati lo stesso giorno sull'Île aux Juifs, un isolotto della Senna all'estremità della Île de la Cité. La data più citata è il 18 marzo, tratta dalla cronaca di Guillaume de Nangis; lo storico Alain Demurger ritiene più probabile l'11 marzo.

Un testimone c'era. Il chierico del re Geoffroi de Paris racconta che Molay si spogliò fino alla camicia senza mostrare paura, chiese di poter unire le mani per pregare e di essere rivolto verso la Vergine. E disse che Dio avrebbe vendicato la loro morte.

Nessuna maledizione esplicita, nella sua cronaca. Ma un avvertimento. Il cronista vicentino Ferreto de' Ferreti riferì una storia simile, attribuendola però a un Templare napoletano che avrebbe chiamato il papa e il re a rendere conto. Nel Cinquecento lo storico Paolo Emilio fissò la versione che conosciamo: Molay che dal fuoco convoca Clemente e Filippo davanti al tribunale di Dio.

Un anno di morti

E poi successe questo. Il 20 aprile 1314, poche settimane dopo il rogo, papa Clemente V morì a Roquemaure. Secondo un racconto, durante la veglia funebre un fulmine colpì la chiesa dove giaceva il corpo e l'incendio lo distrusse quasi del tutto. Il papa che aveva sciolto l'Ordine finì, anche lui, tra le fiamme.

Lo stesso anno la corte di Filippo il Bello fu travolta dallo scandalo della Tour de Nesle: due sue nuore, Margherita e Bianca di Borgogna, furono accusate di adulterio e i presunti amanti, i fratelli d'Aunay, furono torturati e giustiziati. Poi toccò al re. Colpito da un ictus durante una caccia nella foresta di Halatte, Filippo IV morì a Fontainebleau il 29 novembre 1314. Aveva 46 anni. In Germania, secondo le cronache, la sua morte fu letta come una punizione per la distruzione dei Templari.

Entro l'anno, come voleva la leggenda. Entrambi.

La dinastia che si spense

Ma c'è un modo più inquietante di leggere tutto questo. La maledizione, se esiste, non si fermò al re.

Filippo il Bello lasciava tre figli maschi, tutti e tre destinati al trono. Luigi X morì il 5 giugno 1316, dopo appena due anni di regno. Filippo V morì il 3 gennaio 1322. Carlo IV morì il 1° febbraio 1328. Nessuno dei tre lasciò un figlio maschio vivo. In quattordici anni dal rogo, la linea diretta dei Capetingi, che regnava sulla Francia da oltre tre secoli, si estinse. Il trono passò ai Valois, e la contesa per quella corona aprì la strada alla guerra dei Cent'anni.

La storica Colette Beaune lo dice chiaramente: la leggenda della maledizione nacque proprio dalle sventure della dinastia. Prima vennero le morti, poi la profezia. Lo scrittore Maurice Druon la rese immortale con il ciclo dei Re maledetti, scritto tra il 1955 e il 1977, dove il Gran Maestro grida dal rogo la condanna fino alla tredicesima generazione. Ed è questa la lettura più scomoda: per i contemporanei non c'era bisogno di inventare nulla. Bastava contare i morti.

C'è però un dettaglio vero che nessun romanzo ha superato. Mentre Molay bruciava, nell'archivio del papa esisteva già un documento che lo dichiarava assolto. Quella pergamena è rimasta in silenzio per quasi sette secoli. Quando Barbara Frale l'ha ritrovata, il Gran Maestro era cenere da 687 anni.