E' uscito Il nuovo libro Caccia all'Arca Perduta di Victor Arcana - Compralo ora su Amazon

Victor Arcana Victor Arcana

Febbre che uccide i bambini: morta la principessa degli Ittiti

Un re senza capitale, generali che implorano carri da guerra e una bambina che muore di febbre. L'archivio ritrovato in Turchia racconta i giorni peggiori degli Ittiti.

2 min di lettura
Febbre che uccide i bambini: morta la principessa degli Ittiti

La bambina di Ziulila

Anatolia centrale, metà del XIV secolo avanti Cristo.

Un indovino scrive al suo re su una tavoletta d'argilla. La notizia riguarda una principessa. È così piccola che viene ancora allattata. Si è ammalata in una città chiamata Ziulila.

Altri specialisti del sacro interrogano i presagi per sapere che cosa le accadrà. Una tavoletta registra i loro tentativi. Un'altra registra la fine: la bambina è morta, e per lei è stato celebrato un rito funebre.

Intorno, una febbre alta passa da una città all'altra. Colpisce soprattutto i neonati e i bambini.

Quelle tavolette sono rimaste sotto terra per circa 3.400 anni. Sono tornate alla luce adesso, in un campo della provincia turca di Sivas.

La città sul fiume

Il posto oggi si chiama Kayalıpınar, nel distretto di Yıldızeli, una quarantina di chilometri a ovest di Sivas. Sta sulla riva nord del Kızılırmak, il fiume che gli Ittiti chiamavano Marassanta e i Greci Halys.

Per decenni gli studiosi hanno discusso su dove fosse Šamuḫa, una città che i testi ittiti nominano di continuo. Qualcuno la cercava sull'Eufrate. Poi, nel 1999, da questo terreno uscì un primo frammento di tavoletta. Gli scavi ripresero nel 2005 con Andreas e Vuslat Müller-Karpe, e i frammenti aumentarono anno dopo anno: nel 2015 erano più di cento. Oggi l'identificazione di Kayalıpınar con Šamuḫa è largamente accettata.

La storia del sito è lunga. All'inizio fu una tappa dei mercanti assiri, e quel primo abitato finì in un grande incendio. Poi gli Ittiti vi costruirono una città nuova, con un complesso palaziale. Qui si venerava una dea assimilata a Ištar, signora dell'amore e della guerra. Nel 1976 lo storico René Lebrun definì Šamuḫa il perno religioso dell'impero ittita.

Ma nel XIV secolo la città sul fiume diventò un'altra cosa: una base da cui resistere.

Centottantaquattro frammenti

Dal 2021 lo scavo è diretto da Çiğdem Maner, docente di archeologia alla Koç University di Istanbul, su concessione del Ministero turco della Cultura e del Turismo. Nel 2025 la sua squadra aveva recuperato 53 tavolette e frammenti in un punto preciso del sito. Nella campagna del 2026, nello stesso punto, ne sono usciti altri 131.

Il totale fa 184. L'annuncio è arrivato l'8 ottobre dal ministro Mehmet Nuri Ersoy, che ha parlato dell'archivio in lingua ittita più esteso scoperto nel XXI secolo.

I testi sono scritti in ittita e in hurrita. Il ministero li data al regno di Tudhaliya II, intorno alla metà del XIV secolo avanti Cristo. Qui serve una precisazione: gli specialisti non concordano sulla numerazione dei re con questo nome, e lo stesso sovrano compare in molti studi come Tudhaliya III, con un regno collocato all'incirca tra il 1380 e il 1350.

Dentro l'archivio ci sono lettere, preghiere, rituali, testi di divinazione. E tre storie che, lette insieme, raccontano un regno in ginocchio.

La febbre dei bambini

La prima è l'epidemia. Le tavolette descrivono una malattia con febbre alta che si sposta di città in città e che sembra accanirsi sui più piccoli.

A corte la paura è documentata riga per riga. La famiglia reale fa sorvegliare la salute dei giovani principi e delle principesse. Anche gli alti funzionari cercano risposte per i propri figli. E a chi ci si rivolge? Agli indovini. Nei testi resi noti la domanda non è come curare i bambini, ma che cosa accadrà loro.

È in questo quadro che compare la principessa lattante. Un documento la segue mentre è malata, con gli sforzi per leggere il suo destino nei presagi. Un secondo, spedito al re da un indovino, dice dove si è ammalata: Ziulila, una città che oggi nessuno sa collocare sulla carta. Un terzo ne registra la morte e le esequie.

Di quale malattia si trattasse, i ricercatori non lo sanno. Nessuna identificazione è stata proposta.

Soldati, cavalli, carri

La seconda storia arriva da ovest. È una lettera dei generali ittiti di stanza nell'Anatolia occidentale, e raggiunge il re mentre si trova a Šamuḫa.

Il tono è quello di chi non ha più tempo. I nemici circondano il territorio. I generali chiedono soldati, cavalli e carri da guerra. Avvertono che senza rinforzi l'esercito può essere distrutto. E aggiungono una frase che, scritta a un sovrano, pesa come una pietra: se l'aiuto non arriva, loro non si assumono la responsabilità di ciò che seguirà.

Nelle notizie diffuse finora il nemico non ha un nome. Non sappiamo nemmeno se il re rispose, né se quei carri partirono mai.

Il diario degli uomini degli uccelli

La terza storia è la più strana. Una tavoletta somiglia a un diario di viaggio. Lo tengono alcuni àuguri partiti da Šamuḫa. Annotano le strade percorse, le città in cui si fermano e gli uccelli che vedono.

Gli Ittiti leggevano la volontà degli dèi nel comportamento degli uccelli, e lo facevano con metodo. Già nel 2025, nello stesso scavo, era emersa una tavoletta di oracoli degli uccelli con un foro al centro e i segni di una cordicella: forse veniva appesa, o portata con sé durante i riti.

Secondo il ministero i nuovi testi rivelano dettagli finora sconosciuti su come quei presagi venivano osservati, valutati e interpretati. Tradotto: uno Stato assediato e malato mandava in giro funzionari a contare gli uccelli. E archiviava i loro rapporti insieme alle richieste di carri da guerra.

Quello che ancora non sappiamo

Bisogna dirlo con chiarezza: per ora esistono un comunicato e le dichiarazioni delle autorità. Nessuna traduzione è stata pubblicata, nessuno studio scientifico è uscito. Toccherà agli ittitologi leggere, tradurre e pubblicare i testi.

Anche le proporzioni vanno tenute a mente. Centottantaquattro pezzi sono pochi rispetto alle decine di migliaia di tavolette e frammenti restituiti da Hattusa, la capitale, dall'inizio del Novecento.

Ma Hattusa conserva la voce ufficiale di un impero. Kayalıpınar sembra conservare qualcosa di diverso: le carte di una corte nei suoi giorni peggiori, tra bambini malati e fronti che cedono.

C'è poi una tentazione da evitare. Più tardi il re Muršili II scrisse preghiere disperate per un'altra pestilenza, che attribuiva a prigionieri egiziani fatti sfilare nella capitale. Nulla di pubblicato collega quel contagio alla febbre delle nuove tavolette.

Il paese paralizzato

Ma c'è un modo più inquietante di leggere tutto questo.

Šamuḫa non era la capitale. Il re si trovava lì perché la capitale era perduta. Secondo testi ittiti più tardi, che forse esagerano, il regno fu attaccato da più direzioni; i nemici, fra cui i Kaska, bruciarono Hattusa e la corte si trasferì sul fiume. In quegli anni il faraone Amenofi III scrisse di aver sentito dire che tutto era finito e che il paese di Hattusa era paralizzato.

Se la datazione del ministero è giusta, queste tavolette sono allora l'archivio di uno Stato che i contemporanei davano per morto. Un re senza capitale. Generali che declinano ogni responsabilità. Bambini che muoiono di febbre nei palazzi. E, come risposta, uomini mandati a guardare il cielo.

Quel regno non morì. Si riprese e tornò una grande potenza. Poi la pestilenza arrivò davvero, e durò circa vent'anni: uccise il re Šuppiluliuma e il suo erede. Il ricercatore Siro Igino Trevisanato ha proposto che fosse tularemia, e che sia finita per diventare un'arma: montoni malati comparsi nei villaggi dei nemici d'Occidente. Sarebbe il primo caso noto di guerra biologica. È un'ipotesi, e riguarda un'epidemia diversa.

Della principessa di Ziulila, per ora, è stato reso noto un solo dettaglio personale.

Prendeva ancora il latte.