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Gli Inca avevano una scrittura? Il segreto delle corde annodate

Colori, fibre animali e nodi: per Sabine Hyland due quipu del Settecento nascondono sillabe. Per altri studiosi la scrittura inca resta un enigma.

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Gli Inca avevano una scrittura? Il segreto delle corde annodate

La cassa di legno di San Juan de Collata

San Juan de Collata, provincia di Huarochirí, sulle Ande peruviane. Un villaggio remoto. Dentro una cassa di legno, custodita dagli abitanti, ci sono due oggetti che a prima vista sembrano matasse di corde sfilacciate. Sono due quipu, o khipu, come preferiscono scrivere gli studiosi di oggi: cordicelle di fibra animale, ritorte, colorate e annodate. Risalgono alla fine del Settecento.

Per gli abitanti del villaggio non sono semplici reperti. Secondo la tradizione locale sono scritti sacri di due capi del luogo e raccontano una ribellione contro le autorità spagnole. Non conti, non inventari: parole.

Le autorità del villaggio hanno invitato a esaminarli un'antropologa, Sabine Hyland, dell'Università di St Andrews, in Scozia. La sua ricerca è stata finanziata dalla National Geographic Society. Hyland studia i quipu da oltre un decennio. Quando apre la cassa e comincia a contare le cordicelle, si trova davanti a una domanda che divide gli studiosi da generazioni: gli Inca sapevano scrivere?

La teoria: corde che parlano

La risposta di Hyland, pubblicata il 19 aprile 2017 sulla rivista Current Anthropology con il titolo "Writing with twisted cords: The inscriptive capacity of Andean khipus", è netta. Secondo lei i due quipu di Collata non registrano numeri. Registrano suoni.

Per Hyland ogni cordone pendente rappresenta una sillaba, e la combinazione di colore, tipo di fibra e direzione della torsione stabilisce quale. Lo definisce un sistema logosillabico, simile per impostazione a quello della scrittura dei Maya classici. Nel comunicato dell'Università di St Andrews, la scoperta viene presentata come la prima prova che gli Inca possedessero una scrittura fonetica.

Logosillabico significa che alcuni segni rappresentano sillabe e altri intere parole, come accade in molte scritture antiche. È un'affermazione enorme, perché finora nelle Ande nessuno aveva mostrato qualcosa del genere. Per misurarla bisogna prima capire che cosa fosse, di solito, un quipu.

Un impero governato con i nodi

Gli Inca dominarono le Ande dal 1425 al 1532, secondo la cronologia riportata dall'Università di Harvard. Un impero vasto, tenuto insieme da strade, magazzini e funzionari. E da un sistema di registrazione che non usava né carta né inchiostro: cordicelle ritorte e annodate.

Molti studiosi considerano i quipu soprattutto strumenti di contabilità, capaci di registrare numeri in base decimale. Il nodo, in quel caso, indica una cifra, e la sua posizione sul cordone ne dice il valore. Un archivio di magazzino fatto di lana e cotone.

Ma la contabilità non è tutto. Alcuni documenti coloniali spagnoli descrivono quipu che trasportavano messaggi. Gary Urton, antropologo di Harvard, ricorda che esistono circa una dozzina di documenti spagnoli scritti a partire dal contenuto di quipu. Nessuno, finora, è riuscito ad abbinare con certezza uno di quei documenti a un quipu conservato.

Se i nodi sono numeri, che cosa dicono tutto il resto: i colori, le fibre, le torsioni?

Il linguaggio dei fili

È la domanda che ha guidato per anni il lavoro di Urton. Nel 2003, parlando con la Harvard Gazette, spiegava che colore, materiale, direzione della torsione dei fili, posizione e direzione dei nodi potrebbero avere tutti un significato. Se gli Inca avessero creato segni convenzionali combinando colori e fili nello spazio tridimensionale, osservava, cambierebbe il nostro stesso concetto di segno e di scrittura.

I dati su cui lavorava erano questi. Circa seicento quipu disponibili per lo studio nei musei del mondo. Dodici al Peabody Museum di Harvard. Altri trentadue scoperti nel 1997 tra duecentoventicinque fardelli di mummie nel nord del Perù, che Urton colloca tra la fine dell'impero e i primi anni del dominio spagnolo. Con la collega Carrie Brezine costruì un database che registra, per ogni quipu, la lunghezza del cordone principale, il numero di pendenti e i dettagli di nodi, torsione e filatura.

Gli mancava una cosa sola. Un "Rosetta khipu", lo chiamava: un quipu che si potesse abbinare con certezza a un documento spagnolo che ne descrive il contenuto. Nel 2003 non l'aveva ancora trovato.

A Collata, quattordici anni dopo, Hyland dice di aver trovato qualcosa di diverso: due quipu e una tradizione orale che li accompagna.

Novantacinque combinazioni

Il primo indizio è un numero. Hyland ha identificato nei due quipu 95 combinazioni di cordicelle diverse per colore, tipo di fibra animale e direzione della torsione. Le fibre sono di vicuña, alpaca e cervo. Un numero del genere, osserva, è compatibile con i sistemi di scrittura logosillabici ed è molto più alto di quello dei quipu contabili, che secondo Science News hanno tra 15 e 39 combinazioni.

Il secondo indizio è l'aspetto. I quipu contabili sono spesso di cotone, hanno due colori principali e sequenze di nodi che si ripetono. Quelli di Collata sono diversi. Il primo ha 288 cordicelle pendenti divise in nove gruppi da nastri di stoffa. Il secondo ne ha 199, divise in quattro gruppi. I nodi compaiono solo alle estremità dei fili, a quanto riferisce Hyland per evitare che si sfilaccino, e non servono a indicare numeri come nei quipu contabili.

Sono oggetti da leggere con le dita, oltre che con gli occhi. Per distinguere una fibra dall'altra bisogna toccare i cordoni. Una pagina scritta, per così dire, in tre dimensioni: chi la studia deve tenerla in mano, girarla, confrontare il pelo di un animale con quello di un altro. Nessuna fotografia può sostituire questo lavoro, e per questo ogni conclusione dipende dalla pazienza di chi esamina gli originali.

Novantacinque combinazioni, però, non bastano a dire che siano sillabe. Serve una parola che si possa riconoscere.

Il nome Alluka

Hyland guarda le estremità. In fondo a ciascun quipu c'è una sequenza di tre cordoni con colori, fibre e direzioni di torsione distinti. Nel primo quipu, secondo la sua lettura, quei tre cordoni corrispondono al nome Alluka, un lignaggio, cioè un ayllu, di Collata. Nel secondo corrispondono a Yakapar, lignaggio di un villaggio vicino.

Ne ricava un'ipotesi: sarebbero stati i capi di quei lignaggi a scrivere i messaggi. Le firme in fondo, in pratica, come in una lettera.

All'inizio dei quipu c'è un altro dettaglio. Il primo si apre con un ciuffo di pelo di cervo rosso, seguito da un fascio conico intessuto con peli di animali diversi e fibre metalliche. Il secondo comincia con un fascio tubolare di pelo di alpaca multicolore, posto sopra i resti di una nappa rossa. Per Hyland queste cordicelle iniziali indicherebbero l'argomento del messaggio.

Perché proprio i nomi? Perché sono l'unica parte che si può controllare. Un nome di lignaggio esiste anche fuori dal quipu, nella memoria e nella vita del villaggio, e Alluka è un lignaggio di Collata. Una lettura che porta a un nome noto è più difficile da attribuire al caso di una lettura che porta a una frase qualsiasi.

Il resto dei cordoni non è stato ancora decifrato. Hyland sostiene però che il risultato sia coerente con ciò che racconta il villaggio: due capi, una ribellione, un messaggio affidato alle corde.

Due nomi bastano a dimostrare una scrittura? Gli altri studiosi non la pensano tutti allo stesso modo.

Cosa risponde chi studia i quipu

Penelope Dransart, dell'Università del Galles Trinity Saint David, ritiene che Hyland presenti un ottimo caso a favore dell'idea che le cordicelle rappresentino sillabe e, probabilmente, parole. Jeffrey Splitstoser, della George Washington University, che studia i quipu dell'impero Wari, attivo circa tra il 600 e il 1000, ha dichiarato che ora ha speranza che almeno alcuni quipu possano essere compresi. Prima, spiega, pensava probabile che i colori avessero significati arbitrari e quindi indecifrabili.

La voce più autorevole sul fronte opposto è quella di Gary Urton. Giudica i risultati di Hyland profondamente significativi. Ma non crede che aiuteranno a decifrare i quipu inca.

La sua obiezione ha due parti. La prima è cronologica: i quipu di Collata sono del Settecento, ben dopo la caduta dell'impero. Urton pensa che gli abitanti di Collata abbiano probabilmente sviluppato una scrittura fonetica dopo il contatto con la scrittura alfabetica degli spagnoli. La seconda riguarda i quipu inca: secondo lui non mostrano combinazioni di cordicelle che corrispondano ai suoni del parlato.

In altre parole, anche ammettendo che Collata sia una vera scrittura, potrebbe essere un'invenzione tarda e locale. Non un'eredità dell'impero.

I falsi nei cassetti dei musei

C'è poi un dettaglio che Hyland solleva e che cambia la prospettiva. Alcuni musei hanno classificato come falsi esemplari di quipu in pelo animale simili a quelli di Collata. Per Hyland meritano invece un esame più attento, alla ricerca di segni di scrittura.

È un'ipotesi, non un risultato. Ma ne mostra il peso. Se la lettura di Collata reggesse, oggetti archiviati come dubbi potrebbero diventare testi da studiare. Se non reggesse, resterebbero dove sono.

Va ricordato anche quanto è piccola la base su cui si ragiona. La decifrazione, come precisa lo stesso comunicato di St Andrews, è solo parziale: due nomi di lignaggio. Il legame con i quipu inca in lana animale si fonda sulla continuità strutturale, non su una prova diretta valida per tutti gli esemplari. Hyland osserva che i cordoni pendenti di Collata hanno proporzioni quasi uguali tra le due direzioni di torsione di base rispetto ai quipu inca. È un indizio. Urton, sullo stesso terreno, vede un'altra storia.

Cosa resta aperto

Resta aperta una domanda di fondo: quello di Collata è un sistema nato sotto gli Inca, sopravvissuto per secoli nelle comunità andine, oppure un'invenzione successiva alla conquista? Per Hyland la continuità è plausibile. Per Urton è improbabile. I dati che potrebbero decidere, per ora, sono pochi.

Hyland dice che la ricerca sul campo e negli archivi continua, con l'obiettivo di decifrare il resto dei cordoni. Ogni nuovo nome di lignaggio, ogni documento coloniale che si possa abbinare a un quipu, ogni quipu dimenticato in un museo sarebbe un riscontro. O una smentita.

Urton aspettava un "Rosetta khipu". Forse non sarà un solo oggetto. Forse saranno tanti nomi, letti uno alla volta, controllati con gli archivi dei villaggi.

Nel frattempo, in una cassa di legno sulle Ande, due quipu continuano a tenere i loro nomi. Se davvero scrivono Alluka e Yakapar, quanti altri nomi aspettano qualcuno che li tocchi?

IN BREVE

Chi la sostiene: Sabine Hyland, antropologa dell'Università di St Andrews, nello studio pubblicato nel 2017 su Current Anthropology.

La prova più forte: 95 combinazioni di cordicelle in due quipu del Settecento e due nomi di lignaggio, Alluka e Yakapar, che Hyland legge sulle ultime cordicelle.

L'obiezione più forte: per Gary Urton (Harvard) il sistema di Collata nacque probabilmente dopo la caduta degli Inca, per contatto con la scrittura alfabetica spagnola, e i quipu inca non mostrano combinazioni legate ai suoni.